1575: reduce dalla battaglia di Lepanto, Miguel de Cervantes (Julio Peña) viene catturato dai corsari ottomani durante il viaggio di ritorno in Spagna e condotto ad Algeri. Considerato un prigioniero di riguardo grazie alle lettere che porta con sé, evita la schiavitù e i lavori forzati, trascorrendo però cinque anni nel palazzo del governatore locale in attesa del pagamento di un riscatto. Durante la prigionia sviluppa il talento di raccontare storie, conquistando persino l'attenzione del potente e spietato Hasán Bajá (Alessandro Borghi), che arriverà a perdonargli i ripetuti tentativi di fuga.

Con questo film Alejandro Amenábar sceglie di raccontare l'episodio della vita di Cervantes che più avrebbe influenzato la sua futura produzione letteraria e, più che un biopic tradizionale, il film immagina il momento in cui prende forma la sua visione artistica. L'operazione presenta alcune analogie con altri titoli simili come intento teorico come Hamnet di Chloé Zhao e, per certi aspetti, anche con Shakespeare in Love: il Cervantes di Amenábar, come lo Shakespeare di Hamnet, sembra già abitare il mondo delle proprie opere, anticipando il futuro Don Chisciotte, figura avventurosa, idealista e ostinata, capace di trasformare la realtà attraverso il racconto e l'immaginazione. L'accostamento tra i due grandi scrittori è reso ancora più suggestivo dal fatto che furono contemporanei e morirono entrambi nell'aprile del 1616, a pochi giorni di distanza. Purtroppo al film manca sia la tensione drammatica e l'introspezione psicologica del recente lavoro di Chloé Zhao, sia la capacità del comunque mediocre Shakespeare in Love di far rivivere il proprio contesto storico con spontaneità e naturalezza: nonostante l'indubbia qualità delle scenografie, molti interni appaiono più costruiti che autentici. Amenábar inoltre avrebbe potuto osare di più anche sul piano dei contenuti, soprattutto nello sviluppo del rapporto tra Cervantes e Hasán: l'attrazione omosessuale tra i due attraversa infatti l'intero film, ma è trattata con eccessiva prudenza, senza mai tradursi in una rappresentazione davvero esplicita e capace di conferire maggiore profondità ai personaggi. Nel complesso Il prigioniero sembra risentire del modello produttivo delle piattaforme: malgrado gli evidenti mezzi produttivi messi in campo, pesa la tendenza a semplificare un soggetto complesso attraverso una narrazione lineare, personaggi attualizzati e un forte impianto romanzesco, privilegiando lo spettacolo rispetto alla complessità storica.

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