L'isola degli amori
A ilha dos amores
Durata
170
Formato
Regista
Lo scrittore Wenceslau de Moraes (Luís Miguel Cintra), critico della decadenza occidentale, si trasferisce prima nella colonia portoghese di Macao e poi in Giappone. Morirà lì, senza mai tornare in patria.
Film dal grande fascino pittorico, in cui Paulo Rocha riesce a unire efficacemente estetiche ed elementi molto diversi: la poesia orientale (i nove capitoli prendono il nome dai componimenti del cinese Qu Yuan) e l’epica occidentale (Le Lusiadi di Luís de Camões sono citate fin dal titolo e la presenza della narratrice in rima -Venere in persona- riprende direttamente la struttura dell’opera). L’orientalista Moraes fa da filo conduttore, unendo le due sensibilità: abbandona il Portogallo per un Paese che percepisce più puro ma in cui resta in definitiva un estraneo. Ne nasce un film stratificato, dalla fotografia algida ed elegantissima che riesce a evitare la trappola del vuoto estetismo grazie a un’invidiabile coerenza tra forma e scrittura. Questa magnificenza visiva fa perdonare i comunque pochi cali di ritmo lungo le quasi tre ore di durata. Le inquadrature fisse e la severa regia si sposano alla perfezione con l’emotività del soggetto, così come i rituali giapponesi dialogano egregiamente con gli elementi mitologici occidentali. Il protagonista è un esule, specchio della decadenza del proprio Paese (“La patria è morta”) e di un’Europa che deve fare i propri conti con la Storia, dal postcolonialismo alle guerre mondiali. Tanto complesso quanto ammaliante: sono molte le scene che restano impresse per la loro grande potenza compositiva, ma nemmeno i protagonisti e le loro intense interpretazioni si dimenticano facilmente.