Marty Supreme
Marty Supreme
Durata
149
Formato
Regista
New York, anni Cinquanta. Marty Mauser (Timothée Chalamet) è un giovane ambizioso e scapestrato con una passione sfrenata per il ping pong. Lavorando nel retrobottega di un calzolaio, Marty sogna di diventare una stella nel nascente panorama del tennis da tavolo e brevetta la propria pallina, la Marty Supreme, simbolo della sua determinazione e del desiderio di emergere in un mondo che non crede nelle sue capacità.
Dopo numerosi lungometraggi realizzati insieme al fratello Benny, Josh Safdie torna alla regia in solitaria per dare vita a una pellicola (ispirata alla vita di Marty Reisman) in cui lo sport rappresenta una possibile via d’uscita e si trasforma in un linguaggio attraverso cui ridefinire la propria identità. Gli echi di Diamanti grezzi (2019), il suo precedente film diretto insieme al fratello, sono un po’ troppi e Marty Supreme rischia di giocare troppo di maniera, seppur l’ottimo ritmo impresso al montaggio riesca a dare vita a un prodotto comunque appassionante e divertente. La pallina del ping pong diviene metafora della vita frenetica del protagonista, che si muove tra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria, con l’obiettivo assoluto di far diventare quella passione la sua professione a tutti gli effetti. Safdie sa bene come girare un film di questa portata e riesce a farci sentire persino gli odori della New York che racconta in una pellicola che mescola ironia, farsa e tragedia, senza dimenticare un respiro politico in cui la disgregazione del sogno americano è trattata con incisività. Non mancano sequenze notevolissime (splendido tutto l’incipit e i titoli di testa), seppur la durata risulti eccessiva e si finisca per incappare in qualche ridondanza che si poteva evitare. Bravo Timothée Chalamet in un ruolo costruito apposta per lui, ma da segnalare anche la presenza di un cast secondario ricco di tanti volti noti, da Abel Ferrara (un punto di riferimento per i fratelli Safdie con il suo cinema ruvido e sporco) al campione Nba George Gervin. In conclusione, da notare le curiose convergenze con il film di Benny Safdie The Smashing Machine, uscito pochi mesi prima rispetto a Marty Supreme, dove, anche in quel caso, si racconta una storia sportiva di successi e di cadute, con una forte eco di collegamento con la cultura nipponica.