In cerca di ispirazione per il suo nuovo romanzo, Sylvie (Isabelle Huppert) spia i vicini di casa dall'altra parte della strada. Quando assume il giovane Adam (Adam Bessa) per aiutarla nella sua routine quotidiana, non immagina che lui sconvolgerà la sua vita e il suo lavoro, fino a quando la finzione che aveva immaginato non supererà la realtà.

Punto più basso dell'intera carriera cinematografica di Asghar Farhadi, questa pasticciatissima e spesso involontariamente ridicola riflessione su alcune ossessioni del contemporaneo (la privacy, l'esposizione incontrollata, il senso costante di minaccia, la fuga dalla realtà) fa acqua da tutte le parti, a causa soprattutto di una criticità "strutturale": perché andare a scomodare il genio di Kieślowski se non si ha la minima idea di come rendere personale e attuale un soggetto già portato sul grande schermo in maniera a dir poco sublime trentasette anni prima? Farhadi si lancia nel "remake" (alla lontana) di Decalogo 6 – Non commettere atti impuri e commette l'imperdonabile errore di voler imitare, per metà film, le intuizioni, le finezze di messe in scena, i riferimenti al Destino e al senso spirituale delle coincidenze del maestro polacco, usando filtri e color correction ad hoc e avvalendosi della colonna sonora di Zbigniew Preisner. Quando il focus passa da Sylvie a Adam, il film diventa più sporco e farhadiano, in linea con il fatto che dalla prospettiva borghese si passi a uno sguardo legato a un ultimo della società, senza apparente possibilità di riscatto. Il clima di tensione tipico di Farhadi, costruito su piccoli eventi che poi portano a conseguenze sempre più grandi e incontrollabili è purtroppo un lontano ricordo. Spia e lascia spiare (senza alcun rimando, purtroppo, alla parodia bondiana con Leslie Nielsen), in un thriller da camera che ricicla anche pallidi ragionamenti sull'incapacità (falsità?) dell'arte nel decifrare e riprendere il reale. Vincent Cassel, Pierre Niney e Virginie Efira fanno a gara a chi reciti peggio, ma Adam Bessa è davvero impresentabile. Isabelle Huppert, invece, si conferma attrice sopraffina, ma il momento migliore del film lo regala la fugace apparizione di Catherine Deneuve. Presentato in concorso al Festival di Cannes.


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