Peaky Blinders: the Immortal Man

Peaky Blinders: the Immortal Man

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112

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Birmingham: l’esercito nazista sta bombardando la città e il Terzo Reich vuole mettere in ginocchio l’economia britannica. Duke Shelby, figlio di Tommy, ha preso le redini dei Peaky Blinders, ma sarà necessario l’intervento di suo padre per impedirgli di iniziare a fare affari con i nazisti…

Peaky Blinders: The Immortal Man arriva con un obiettivo chiaro: chiudere definitivamente la parabola di Thomas Shelby. Il film riparte idealmente dall’immagine sospesa che chiudeva la serie, con Thomas Shelby su un cavallo bianco, per svuotarla di ogni illusione. Tommy non è salvo, non è cambiato, è semplicemente arrivato all’ultima fase del suo percorso, e il film abbraccia apertamente questa realtà, rileggendola attraverso la lente della tragedia classica shakespeariana. Come Macbeth, Shelby è un uomo condannato dai propri crimini, la violenza e l’ambizione non sono più strumenti di potere, ma ferite che non si chiudono. E come Re Lear, è un uomo che ha perso tutto, costretto a fare i conti con ciò che resta quando il potere si dissolve. Non c’è più un regno da difendere, ma solo un vuoto da attraversare. In questo scenario si inserisce Duke, figlio del protagonista e simbolo di un passaggio storico preciso: Tommy rappresentava gli anni ’20, un’epoca in cui anche la criminalità aveva una sua mitologia, un codice, una forma di “onore” distorto ma riconoscibile. Duke, invece, appartiene agli anni ’40, un mondo segnato dalla guerra, dove sopravvivere conta più di qualsiasi principio. La sua alleanza con il potere, anche quando questo si tinge di collaborazionismo e ambiguità, non è un tradimento impulsivo, ma una scelta logica dentro un sistema che non lascia spazio a nostalgie. Il loro rapporto è quindi meno emotivo di quanto ci si potrebbe aspettare, ma più significativo sul piano simbolico: non è solo un conflitto padre-figlio, è uno scontro tra due modi di stare al mondo. E quando Tommy arriva a chiedere a Duke di ucciderlo, il gesto chiude un cerchio che è insieme personale e storico: la violenza si trasmette, ma può anche interrompersi. Il problema è che The Immortal Man sembra voler sottolineare continuamente questa profondità. Il film è carico di simboli: il sangue che ritorna come memoria fisica della colpa, il manoscritto che diventa un testamento spirituale, il funerale gitano che dovrebbe segnare la fine del mito. Tutti elementi forti, ma usati con un’insistenza che, alla lunga, appesantisce la narrazione. Più che suggerire, il film esplicita; e più che lasciare spazio, riempie. Questo non compromette la coerenza dell’operazione, ma ne limita l’impatto. Perché quando si arriva all’epilogo, tutto è già stato detto. Il finale non sorprende, è necessario, quasi inevitabile. Funziona, ma non colpisce davvero come potrebbe. Qualcosa però resta, perché il film, nel momento in cui chiude la storia dell’uomo, non riesce, e forse non vuole, chiudere quella del mito. Il funerale, il manoscritto, persino il modo in cui Tommy sceglie di morire: tutto contribuisce a fissare la sua figura più che a dissolverla. È questo il vero paradosso di The Immortal Man: uccide Thomas Shelby, ma salva la sua leggenda. E lascia dietro di sé una domanda che il film non risolve fino in fondo: basta morire per essere assolti?

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