Louisiana, 1995. I detective Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson) indagano su una serie di sanguinosi delitti riconducibili a uno spietato serial killer. La caccia all'uomo, divenuta ormai una questione personale, durerà diciassette anni, durante i quali le vite dei due uomini, prima amici e poi rivali, si legheranno indissolubilmente fino alla catartica conclusione.

«Di questo sto parlando, è questo che intendo quando parlo del tempo e della morte e della futilità. CI sono considerazioni più ampie all'opera, principalmente l'idea di quello che ci è dovuto in quanto società per le nostre reciproche illusioni. [...] Li guardi negli occhi, anche in una foto, non ha importanza se siano vivi o morti, puoi comunque leggerli, e sai cosa capisci? Che loro l'hanno accolta. Non subito ma, proprio lì, all'ultimo istante, un sollievo inequivocabile. Certo, erano spaventati, e poi hanno visto per la prima volta quanto fosse facile lasciarsi andare. L'hanno visto in quell'ultimo nanosecondo. Hanno visto quello che erano, che noi, ognuno di noi, e tutto questo grande dramma non è mai stato altro che un cumulo di presunzione e ottusa volontà, e allora poi lasciarti andare, alla fine non devi aggrapparti così forte per capire che tutta la tua vita, tutto il tuo amore, il tuo odio, la tua memoria, il tuo dolore erano la stessa cosa, erano semplicemente un sogno, un sogno che si è svolto in una stanza sprangata e grazie al quale hai pensato di essere una persona. E come in molti sogni, c'è un mostro che ti attende alla fine». Nic Pizzolatto si ispira a Il Re Giallo, raccolta di racconti gotici dello scrittore statunitense Robert William Chambers, e realizza una delle serie televisive più impattanti nella storia del piccolo schermo. Un lungometraggio della durata di circa otto ore travestito da serie antologica: questo è True Detective, viaggio nichilista nelle profondità dell'animo umano (fondamentale l'influenza della filosofia di Friedrich Nietzsche) caratterizzato da compattezza e coerenza narrative da manuale. Ad accompagnarci in questa discesa nell'abisso Rust Cohle, detective dolente e traumatizzato destinato a imprimersi nella memoria spettatoriale, sorta di alter ego dello stesso Pizzolatto che dà voce a dubbi esistenziali e timori archetipici propri di ogni essere umano alle prese con dolore, violenza, alienazione, morte. Una disamina sulla miseria del quotidiano che ricorda da vicino Seven (1995) di David Fincher: la ricerca ossessiva della verità sull'identità dell'assassino enfatizza il contrasto tra i due protagonisti, in un climax di razionalità opposta a pessimismo cosmico che conduce inesorabilmente al punto di rottura. Sullo sfondo il paesaggio di una torrida Louisiana, a ricordarci che il putridume nascosto in rigogliosi e marcescenti anfratti può albergare in ognuno di noi; ma anche che, forse, la luce è destinata a trionfare sull'oscurità. Cast in stato di grazia, con McConaughey e Harrelson mai così affiatati e una Michelle Monaghan (nel ruolo di Maggie, moglie di Hart) che riesce nell'impresa di rubare a tratti la scena.

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