Woman Unknown
Kvinde ukendt
Premi Principali
Coppa Volpi per la miglior attrice alla Mostra del Cinema di Venezia 2026
Leone d'oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2026
Leone d'oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2026
Durata
124
Formato
Regista
Danimarca, immediato dopoguerra. Marie (Mathilde Arcel) sta per sposare Christian (Carsten Bjørnlund), il ricco vedovo per cui lavora come domestica e bambinaia. Per lei, il matrimonio significa diventare la signora della casa. Ma c'è un segreto che potrebbe mandare tutto in frantumi: durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Ora, nell'anarchia del dopoguerra, quel passato torna a presentarle il conto. E Marie è pronta a tutto pur di difendere la vita che si è conquistata.
Un'immagine rossa che gradualmente diventa bianca: inizia cosi Woman Unknown, il terzo lungometraggio della regista danese di origini egiziane May el-Toukhy. Rosso e bianco, due colori che, per convenzione, rappresentano rispettivamente la passione e la purezza. Ma il bianco è anche il colore del vestito da sposa che la protagonista eredita dalla defunta moglie del suo futuro marito: il matrimonio con un uomo così facoltoso rappresenta l'ideale punto di arrivo, la possibilità di lasciarsi definitivamente alle spalle il proprio passato. È da questo intrigante spunto di partenza che el-Toukhy sviluppa una dolorosa rappresentazione del secondo dopoguerra danese, osservato attraverso la prospettiva delle collaboratrici orizzontali: le numerose donne che, in tutta Europa durante la Seconda guerra mondiale, intrecciarono relazioni con soldati degli eserciti occupanti e che, al termine del conflitto, vennero trasformate nel perfetto capro espiatorio per le colpe e i crimini commessi dai nazisti. Il loro comportamento sessuale fu, infatti, considerato un affronto all'identità nazionale e, per questo, punito con violente dimostrazioni pubbliche. Con una messa in scena rigorosa e controllata, la regista porta al centro del suo film una riflessione sul corpo femminile. Il corpo della protagonista, umiliato, offeso, e continuamente sottoposto allo sguardo e al giudizio degli altri, diventa il luogo sul quale sembrano concentrarsi tutti i peccati, le colpe e i traumi, presenti e passati, della donna. Così, il dolore personale e le mortificazioni a cui è sottoposta la protagonista nel momento in cui il suo segreto viene messo a repentaglio assumono negli intenti della regista una dimensione collettiva, riflesso del controllo di una società maschilista sul corpo e sul comportamento femminile. Marie, infatti, porta con sé i segni tangibili del proprio dolore ma anche un senso di colpa destinato ad accompagnarla per tutta la vita, come suggerisce una delle inquadrature conclusive del film. Il ritmo non è sempre sostenuto e, soprattutto nella seconda metà, la sensazione è quella che al film manchi una sequenza decisiva, capace di portare a fondo tutta la tensione costruita. Un limite che non compromette la validità dell'opera: rimane notevole, infatti, l'utilizzo della macchina da presa e, soprattutto, la scelta intelligente delle inquadrature da parte della regista danese che riesce a costruire uno sguardo consapevole, in grado di indagare visivamente i meccanismi di potere, controllo e violenza (psicologica e sessuale) patriarcale. Una visione che potrebbe echeggiare con forza nel nostro presente. Presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 dove ha vinto il Leone d'oro per il miglior film e la Coppa Volpi per la miglior attrice a Mathilde Arcel: troppa grazia.