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Gianfranco Rosi ci conduce lungo il Gange alla scoperta di una civiltà, quella indiana, ricca di spiritualità e dalla cultura fortemente religiosa. Il fiume è una sorta di luogo sacro in cui la vita e la morte entrano in contatto, in cui poter e dover pregare i propri cari defunti.



Percorrendo buona parte del fiume Gange a bordo di una barca a remi, Gianfranco Rosi ci immerge completamente in un mondo lontano dai nostri standard, sottolineando ulteriormente questa distanza tramite la scelta di girare il tutto in un bianco e nero straniante ma profondamente realista. Il regista riesce a mimetizzarsi all'interno della società ripresa, in modo che le persone del luogo possano dunque comportarsi in maniera sincera e spontanea, mentre, in una sorte di marcia funebre, lo spettatore sale a bordo dell'imbarcazione per entrare in contatto con un mondo nuovo, diverso ma profondamente umano. Nessuna retorica, nessun patetismo: Boatman descrive le usanze spirituali per cercare di trasmettere un sentimento di solidarietà che dovrebbe accomunare tutti i popoli al di là dei loro credo religiosi. Anche se eccessivamente ripetitivo, il film convince e mette in mostra il talento visivo di un cineasta che in futuro riuscirà a far parlare ancora di sé.
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