Digger
Digger
Durata
120
Formato
Regista
Su richiesta del Presidente degli Stati Uniti (John Goodman), il magnate del petrolio Digger Rockwell (Tom Cruise) deve salvare la Terra da un disastro ambientale causato dalla sua stessa azienda.
Sono passati quattro anni da Bardo, forse il film più personale e autobiografico di Alejandro González Iñárritu, ma anche il prodotto emblematico per definire il suo enorme talento che spesso però sfocia in un’ambizione (o presunzione, se preferite) eccessiva per quello che vuole raccontare. Non è certamente un’anomalia all’interno di queste caratteristiche dell’autore Digger, lungometraggio che può richiamare per i giochi costanti tra realtà e finzione, oltre che per la natura esplicitamente teatrale della drammaturgia, il bellissimo Birdman (2014), uno degli esiti più fortunati e positivi della carriera del regista messicano. Si apre con immagini chiaramente create dall’Intelligenza Artificiale Digger, un film incentrato in maniera coerente sul tentativo di comprendere ciò che è vero e ciò che è falso, non solo per noi spettatori ma anche per i personaggi che si trovano in scena. Più che sull’ambito diretto delle fake news, però, il film ragiona in maniera estremamente intelligente sullo storytelling dell’Apocalisse, sulla maniera di un racconto che può ribaltare in pochi minuti le posizioni di chi ascolta: è assolutamente eccezionale, realistica e inquietante, in questo senso, la sequenza in cui il protagonista parla ai leader politici europei, entrando tra i fischi e uscendo tra gli applausi dopo aver impartito una dura lezione morale tanto ai presenti in scena, quanto a tutti noi che stiamo ascoltando le sue parole. Non è però l’unico momento incisivo di questa brillante satira politica, capace di parlare di ecologismo in chiavi non banali e di ribaltare costantemente le nostre aspettative su ciò che stiamo guardando. A questi versanti, spesso profondamente metanarrativi e realizzati con buona profondità, si alternano però dei momenti poco riusciti ed eccessivamente sopra le righe, a partire dalla lunga sequenza che nel prefinale descrive la conclusione dello spettacolo a cui stiamo assistendo. Iñárritu non esagera col grottesco e, anzi, lo dosa efficacemente, seppur non manchi qualche passaggio con contenuti un po’ troppo didascalici e non necessari in una produzione simbolica come questa. Il riferimento principale è certamente Il dottor Stranamore (1964) di Stanley Kubrick, ma Iñárritu semina lungo la narrazione citazioni che rimandano anche a La sera della prima (1977) di John Cassavetes, in maniera abbastanza scolastica, oppure in una chiave decisamente più affascinante a Vogliamo vivere (1942) di Ernst Lubitsch. Tutto il cast fa bene il suo dovere, ma una nota di merito va alla straripante prova di Tom Cruise in uno dei ruoli più complessi della sua intera carriera. Il risultato è altalenante, ma anche forte di suggestioni di grande potenza: può piacere o meno, ma rimanere indifferenti è impensabile.