La mente che uccide
Los peces rojos
Durata
100
Formato
Regista
Lo scrittore Hugo (Arturo de Córdova) e l’attrice di varietà Ivón (Emma Penella) sono in vacanza a Gijón con il figlio diciannovenne di lui, Carlos. Quando questi precipita in mare il dubbio dilaga: è stato un incidente, un suicidio, o un omicidio sapientemente premeditato?
Un film difficile da raccontare senza dare anticipazioni, per via di una sceneggiatura calibratissima (di Carlos Blanco) che regala una rivelazione clamorosa che sfida i limiti della narrazione inaffidabile, rendono il suo inventore prigioniero della stessa, e che risulta ancora oggi molto moderna. Hugo è uno scrittore fallito prima ancora di cominciare la carriera e inizia a voler dimostrare ai detrattori che la sua immaginazione ha le qualità necessarie per farlo diventare un grande romanziere. La pellicola è in bilico tra realtà e finzione, menzogna e verità, orgoglio e senso di colpa: atmosfera resa perfettamente non solo dalla scrittura, ma anche dalla bella fotografia e dalle interpretazioni dei due protagonisti, che fanno a gara di bravura. La pellicola riesce a giocare bene non solo con la suspense, ma anche con una comicità brillante che rende i flashback solo apparentemente più leggeri, mentre il sottotesto presenta una Spagna povera e disposta a (quasi) tutto per emergere. Memorabile la scena in cui Magda (Pilar Soler), spettegolando con Ivón, viene “trasformata” in un tacchino dal prestidigitatore del varietà, pur continuando a conversare con l’amica come se nulla fosse. Ma sono da antologia anche certe scene in cui è la tensione la protagonista: il volto di Hugo nascosto tra le maschere della camera di Carlos, o il momento in cui l’uomo parla al figlio (invisibile per tutta la durata del film) dirigendosi direttamente alla macchina da presa. Il messicano Arturo de Córdova, in trasferta europea, interpreta uno dei suoi personaggi più ricchi psicologicamente e il regista fa denunciare per sua bocca il tentativo delle produzioni di omologare le opere artistiche: cruda e spassosa a un tempo la stoccata metanarrativa “contro” il Neorealismo (traducibile come: «In quei film ho visto solo vicoli e panni stesi e bambini moccolosi»). Non una vera e propria mancanza di rispetto (Nieves Conde ha diretto uno dei precursori del Neorealismo spagnolo, Surcos, nel 1951), ma un grido per esprimere la propria identità artistica a costo di non seguire i modelli vincenti dell’epoca. Obiettivo raggiunto da questa pellicola che è tra le migliori e più originali del genere in Spagna e che non ha nulla da invidiare alle produzioni noir statunitensi.