Paper Tiger
Paper Tiger
Durata
115
Formato
Regista
New York, 1986. Gary (Adam Driver), ex poliziotto di grande fama, coinvolge suo fratello Irwin (Miles Teller), timido ingegnere con famiglia al seguito, in quello che potrebbe essere il più grosso affare della sua vita. Di mezzo, però, c’è la mafia russa e un errore compiuto da Irwin in buona fede potrebbe costare la vita a lui e alla sua famiglia.
Quattro anni dopo un racconto di formazione politico come Armageddon Time, James Gray torna a parlare degli anni Ottanta e inserisce nella pellicola numerosi elementi già ampiamente trattati in alcuni suoi lavori precedenti: si può pensare all’ottimo esordio con Little Odessa, ma ancora di più al bellissimo I padroni della notte, che raccontava anch’esso di un rapporto tra fratelli molto diversi tra loro e di un legame in cui andava pericolosamente a inserirsi la mafia russa. Nonostante gli ingredienti siano simili, Gray sa comunque cucinarli alla perfezione, dando un profondo equilibrio a un lungometraggio che parla anche dell’ennesima fine del sogno americano: non è un caso che il film sia ambientato negli anni del secondo mandato dell’era Reagan (e sia girato negli anni del secondo mandato dell’era Trump) e che si apra con un’immagine rappresentativa delle Torri Gemelle, il cui crollo nel 2001 ha ingigantito tante cicatrici aperte negli anni precedenti. La forza di Paper Tiger, però, sta anche nel ragionamento profondo che fa sullo sguardo: la moglie di Irwin (Scarlett Johansson) scopre del suo problema non riuscendo a vedere bene la strada in cui sta guidando; Gary finirà in mezzo a un campo di alte spighe dove la visibilità sarà del tutto limitata in una sequenza cinematograficamente magistrale; lo stesso Irwin entrerà in un vortice di pericoli e complicazioni perché accusato di aver visto qualcosa di cui non si è accorto. E non è certo un caso che la minaccia più concreta e la scena più inquietante siano proprio legate ad alcune fotografie scattate dai persecutori mentre la famiglia dormiva: le vittime hanno gli occhi sbarrati, mentre i carnefici riescono a osservarli nel buio. Gray offre così numerose chiavi di lettura in un lungometraggio potente nella messinscena e capace di offrire un senso di tragedia greca tra le strade di New York estremamente profondo, a partire dalla citazione dall’Agamennone di Eschilo che apre il film. Se lo stile elegante della regia colpisce per quasi tutta la durata, altrettanto convincenti sono gli interpreti, tutti credibili, in cui svetta la prova di Scarlett Johansson, capace di trasmettere tutta la sofferenza sommessa che il suo personaggio porta con sé. Presentato in concorso al Festival di Cannes.