La stella nascosta
Meghe Dhaka Tara
Durata
127
Formato
Regista
Una famiglia di immigrati da quello che è l’attuale Bangladesh, cerca di sopravvivere nella periferia indiana. Nita (Supriya Choudhury) è l’unica ad avere uno stipendio fisso, che usa per soddisfare i fratelli e i genitori. I suoi sacrifici sono però accolti con certa noncuranza.
Primo capitolo di un’ideale trilogia che Ghatak dedica agli immigrati in seguito alla partizione del Bengala tra Pakistan e India. Il film si apre in pieno stile neorealista, non facendosi mancare anche delle lievi note di efficace commedia. Ben presto però l’afflato melodrammatico prende il sopravvento, man mano che la famiglia di Nita dà sempre più per scontate l’ubbidienza e la sottomissione di lei, che si ritrova, da ragazza moderna e sulla via dell’emancipazione com’era, ad abbandonare gli studi e l’amore pur di non scontrarsi con i propri cari. Dopo il luminoso incipit, infatti, il film inizia a prediligere scene di interni e notturne: sono queste i cardini di una pellicola che sa raggiungere vette di feroce intensità emotiva, senza sbrodolare nel patetico, aiutata anche da un’ottima fotografia attentissima ai volti dei protagonisti, spesso in penombra o in controluce. Se Nita ha il ruolo di fondamenta della famiglia, una parte centrale del film ce l’ha anche la musica tradizionale, impersonata dal fratello maggiore, che dopo il successo in città decide di tornare a casa e pare essere l’unico a interessarsi del destino della sorella, senza la quale non si sarebbe potuto permettere la carriera da cantante. Un film sulla sopravvivenza, che sembra studiare i confini tra l’egoismo e l’autoconservazione senza plateali giudizi, favorendo sguardi muti che valgono intere conversazioni. Il titolo deriva da una lettera d’amore ricevuta da Nita, che la descrive appunto come una stella nascosta tra le nuvole, dalla luminosità forzatamente opaca ma in definitiva irriducibile. E il suo urlo alla vita finale lo conferma.