A River Called Titas
Titas Ekti Nadir Naam
Durata
159
Formato
Regista
In un villaggio sulle rive del fiume Titas, si intrecciano le storie di Basanti (Rosy Samad), giovane vedova senza figli, Rajar Jhi (Kabori Choudhury), arrivata da un villaggio vicino in cerca del marito da cui fu separata violentemente anni prima e Kishore (Prabir Mitra) innamorato d’infanzia della prima donna e marito della seconda, impazzito in seguito al trauma del rapimento di Rajar Jhi. Intorno a loro, la vite degli altri contadini e pescatori del villaggio, minacciati da una siccità in arrivo.
Ultimo film che Ghatak riuscì a completare in vita (la sua tubercolosi peggiorò proprio durante le riprese) e tra i primissimi prodotti dal Bangladesh (che raggiunse l’indipendenza dal Pakistan nel 1971). Il regista utilizza i codici del melodramma per raccontare un’epica sommessa che abbraccia più di un decennio di vita di un villaggio bengalese alle prese con cambiamenti sociali e ambientali. Come spesso nel cinema di Ghatak, sono le donne ad avere un ruolo centrale ed è la loro lotta tra tradizione e volontà di emancipazione a reggere la maggior parte della tensione narrativa. Rajar Jhi, ragazza madre che vive senza marito, è fonte di disprezzo e malelingue, appoggiata solo da Basanti, che cresce il piccolo Ananta (Shafikul Islam) come una seconda madre, a costo di lottare contro la propria famiglia che rifiuta di sfamare una bocca in più, nel clima di crisi che si sta venendo a creare. I protagonisti vengono spesso allontanati, per poi ritrovarsi con l’impossibilità di tornare a relazionarsi come prima: il peso della comunità chiusa e giudicante (e in lotta per sopravvivere) è troppo per loro, e l’idillio familiare è irraggiungibile. Il realismo con cui viene raccontata la vita del villaggio è squarciato da apparizioni in odor di surrealismo (Rajar Jhi in veste divina davanti al figlio) e dalla narrazione a incastro che porta davvero il film a farsi simbolo di un intero paese in cerca di un nuovo equilibrio post imperialismo. Lo struggente fotogramma finale, cristallizzato nella pellicola, non può non restare impresso a lungo anche nella memoria del pubblico. Il regista oltre a sceneggiare il film (adattando un romanzo di Advaita Malla Barman) è presente anche come interprete, nei panni di un barcaiolo.