Un détour par Diane

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92

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Diane (Ninon Borsei) ha ventotto anni e un rapporto ostile e conflittuale con il resto del mondo, soprattutto con gli uomini, verso i quali prova contemporaneamente attrazione e disprezzo; gli unici momenti di serenità sembrano essere le conversazioni “immaginarie” con la nonna defunta. Quando sua madre (Sandrine Blancke) le confida di avere subito una violenza sessuale alcuni anni prima della sua nascita, la rivelazione scatena una serie di reazioni emotive ed eventi che porteranno tutti i personaggi coinvolti a rivedere il proprio presente e, in qualche modo, a modificare il proprio percorso di vita.

Il terzo lungometraggio di Ann Sirot e Raphaël Balboni, benché abbia anche Jean-Pierre e Luc Dardenne tra i produttori, si allontana fin da subito dal realismo sociale dei due fratelli per costruire una rappresentazione molto più astratta, rarefatta e ricca di simbolismi non sempre immediatamente decifrabili. Il western diventa il principale riferimento visivo e narrativo: abiti e cappelli da cowboy, confronti tesi, strade isolate, cimiteri e spiagge invernali trasformano il viaggio di Diane in un moderno Far West al femminile. L'assunto di partenza, quello delle conseguenze di un grave trauma non soltanto su chi lo ha vissuto direttamente, ma anche sulle persone che gli sono state accanto e sulle generazioni successive, è forte e potenzialmente scivoloso, ma viene gestito dai registi in modo originale, mescolando umorismo, delicatezza e surrealismo. Tutto ruota attorno a Diane: la drammatica rivelazione della madre sembra essere il tassello mancante della sua vita, l'elemento attraverso il quale rileggere ex post una serie di discutibili comportamenti altrimenti difficili da comprendere. Ma il film introduce anche una certa ambiguità: Diane rischia di appropriarsi di un'esperienza che non le appartiene, trasformando il trauma materno nella spiegazione di ogni propria difficoltà e nella giustificazione delle sue ossessioni. Il risultato è un film imperfetto, non completamente equilibrato, nel quale le invenzioni visive finiscono a tratti per indebolire la componente emotiva, ma che proprio per la sua libertà e per il suo modo non convenzionale di affrontare un tema difficile non lascia indifferenti e, anzi, riesce a scuotere e a emozionare. A emergere è soprattutto Ninon Borsei, perfettamente a suo agio nei panni eccentrici della protagonista, così come sono da sottolineare positivamente le suggestive sequenze invernali sulle spiagge del Mare del Nord. Presentato nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia 2026, dove ha vinto il premio per il miglior film.

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