News
Da Eyes Wide Shut a Magnolia, i migliori film americani degli anni '90
A volte ingiustamente snobbati, soprattutto quando si parla di cinema a stelle e strisce, gli anni '90 sono in realtà un decennio ricchissimo di spunti e riflessioni, in grado di portare alla ribalta un universo filmico di grandissima qualità. Lynch, Tarantino, Scorsese, Altman, Jarmusch, Kubrick e Burton sono solo alcuni dei protagonisti che hanno segnato in maniera indelebile questa decade, destinata ad acquisire uno status culturale sempre più rilevante con il passare degli anni.

«Ella rimaneva nei suoi ricordi semplicemente come il più malinconico e intenso di una schiera di fantasmi» (L'età dell'innocenza, 1993)


Ecco la classifica dei 20 migliori film americani degli anni '90:

20) Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999)



Accentuando ulteriormente un'impostazione drammaturgica che punta sulla coralità e mantenendo uno stile virtuosistico ma mai gratuito, Paul Thomas Anderson, classe 1970, riprende sostanzialmente il blocco attoriale di Boogie Nights (1997) per raccontare ancora una volta una storia di miserie umane, di sofferenza e di inadeguatezza di fronte alle varie declinazioni di dolore e frustrazione. Accumulando personaggi, punti di vista, situazioni più o meno simili tra loro, Anderson costruisce un racconto complesso, caotico, irrisolto e contraddittorio ma al contempo travolgente e spiazzante capace di dare forma (cinematograficamente) compiuta all'inafferrabile e affascinante confusione della vita. Strepitoso tutto il cast, con una menzione speciale per un Tom Cruise alla prova della carriera. Orso d'Oro a Berlino.

19) I protagonisti (Robert Altman, 1992)



Robert Altman flirta spudoratamente con la commedia nera, a partire da un romanzo di Michael Tolkin da lui stesso sceneggiato, e raggiunge uno degli esiti satirici su Hollywood più corrosivi e ghignanti di tutti gli anni '90. La sua messa alla berlina della grettezza degli studios e dei loro capi, più stupidi e mercantili che mai nella loro ansia di sicurezza e di successo garantito, digrigna i denti in più di un'occasione e non esita nel mostrare la ferocia volgare e senza compromessi di una realtà priva del senso della misura, lontana dall'arte come Sodoma e Gomorra sono lontane dalla beatitudine eterna. Come suggerisce il titolo originale, è un film che gioca e rincorre di continuo se stesso, alzando la posta, esagerando col riso amaro, le comparsate e con le virtuosistiche trovate stilistiche (il piano-sequenza iniziale è impareggiabile) per approdare infine a una disastrata visione di un'umanità impunita e priva di scrupoli e dei suoi difetti più significativi, ancora una volta metafora di una nazione intera (l'attaccamento al materialismo, la voglia irrefrenabile di far le scarpe al proprio vicino di turno, l'amoralità rampante che gli anni novanta, rispetto al decennio precedente, non sono riusciti a estirpare). Palma d'Oro a Cannes alla migliore interpretazione maschile per Tim Robbins.

18) Strange Days (Kathryn Bigelow, 1995)



Titolo chiave della cinematografia americana anni '90, sia per forma che per contenuti. Lo spunto di partenza è costituito dai disordini del 1992 seguiti all'uccisione di Rodney King, rievocati in un futuro prossimo violento e nichilista. Si sente forte l'impronta estetica di James Cameron, che sceneggia – insieme a Jay Cocks – e produce, ma è soprattutto il talento vorticoso della Bigelow a trovare libero sfogo in questo caleidoscopico mix di action, noir e trattato distopico con suggestioni sci-fi apocalittiche. I lisergici viaggi mentali nel mondo parallelo dello Squid sono girati con piani-sequenza in soggettiva al limite dell'incredibile, ma ad affascinare ancora maggiormente sono la schizzata messa in scena di una Los Angeles acida e notturna, la profonda complessità socio-politica e la riflessione postmoderna su reale e virtuale.  Un gioiello potente e visionario, con un notevole Ralph Fiennes e una Angela Bassett che sembra un'eroina del cinema blaxploitation. Juliette Lewis si esibisce con due canzoni scritte da P.J. Harvey.

17) The Truman Show (Peter Weir, 1998)



Su una sceneggiatura di Andrew Niccol (riscritta più volte dal regista), Peter Weir costruisce un film che non può essere ridotto né a semplice, benché profetico, pamphlet sull'invadenza dei media né a ironica critica della dipendenza degli spettatori da una televisione sempre più schiava dei reality-show. The Truman Show si rivela una metafora sul destino dell'uomo, raccontata con un equilibrio perfetto tra dramma e ironia, sfruttando (al meglio) le infinite possibilità istrioniche di Jim Carrey, cui viene offerta per la prima volta la possibilità di scolpire un personaggio a tutto tondo. Nel passaggio da un'esistenza idilliaca (al limite dello spot pubblicitario) alla progressiva perdita dei punti di riferimento, lo spettatore sperimenta, attraverso l'incessante smarrimento di Truman, l'insopprimibile spirito di verità e libertà (e la loro intima interconnessione) che anima ogni essere umano. Weir conferisce a ogni personaggio la sua ragion d'essere, lasciando allo spettatore le conclusioni, affronta il tema padre/figlio (o meglio, Creatore/essere umano) declinandolo in molteplici livelli e legando con un invisibile filo rosso il demiurgo Christof e Truman, senza farli incontrare mai (straordinaria la sequenza della carezza sullo schermo). Una complessa allegoria antropologica e morale, intelligente, commovente e acutissima. Colonna sonora di Philip Glass e Burkhard von Dallwitz, fotografia di Peter Biziou e scene di Dennis Gassner.

16) Seven (David Fincher, 1995)



«Hemingway una volta ha scritto: “Il mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso”. Condivido la seconda parte». Al suo secondo film, David Fincher costruisce un thriller al contempo derivativo e sorprendentemente originale, cupo e nichilista. Seven riesce a distanziarsi dai suoi modelli di riferimento e a operare in maniera personale nella ridefinizione del genere. Il Male ci viene presentato come un'entità radicata nel tessuto sociale, un elemento peculiare della quotidianità, indefinito e mimetizzato (non a caso il serial killer usa il nome John Doe, l'uomo senza identità) ma non per questo meno feroce e sconvolgente. La grande forza del film sta in una messa in scena che accentua la componente più espressionista, giocando su tonalità cromatiche caricate (grazie alla splendida fotografia di Darius Khondji) e su un montaggio serratissimo (di Richard Francis-Bruce, nominato all'Oscar) che restituisce un profondo senso di angoscia, inquietudine e decadenza. Ma non meno meriti ha l'ottimo script di Andrew Kevin Walker che, muovendosi tra raffinate citazioni letterarie e suggestioni filosofiche, riesce sempre a spiazzare e coinvolgere, raggiungendo il suo apice in un finale tragico e indimenticabile.

15) Il seme della follia (John Carpenter, 1994)



Nel film più ambizioso e stratificato di John Carpenter, il viaggio dell'investigatore assicurativo John Trent, ingaggiato da un'importante casa editrice per ritrovare lo scrittore Sutter Cane, si trasforma in una discesa negli abissi della mente umana, inquietante, suggestiva e ricca di spunti di riflessione che spaziano dalla religione alla negazione del libero arbitrio. E, in un delirante apologo sulla follia collettiva come simbolo primario del contagio, Carpenter riesce a veicolare una tesi tutt'altro che banale sul concetto non facilmente rappresentabile di metacinematografia. Esemplare nello sviluppo narrativo che accompagna lo spettatore verso una memorabile sequenza conclusiva, Il seme della follia offre al regista la possibilità di rendere omaggio all'horror anche come genere letterario: se risulta evidente il riferimento al maestro Stephen King, non si può non cogliere un rimando più che esplicito all'immaginario di H.P. Lovecraft e alle sue ancestrali creature che aspettano solo il momento propizio per riversarsi sul mondo. Cupo, apocalittico, ipnotico, definitivo.

14) Ghost Dog – Il codice del samurai (Jim Jarmusch, 1999)


Attraverso un approccio filosofico e revisionista alla materia, il talento incontenibile di Jim Jarmusch si posa qui su un genere fondamentale per il cinema americano: il noir. Il killer Ghost Dog (Forest Whitaker), la cui condotta è modellata secondo i codici etici dell'Hagakure, ovvero l'antica dottrina morale dei samurai, è un personaggio cult, tra i più iconici di tutto il cinema di Jarmusch, ma la grandezza del film nasce da un insieme di istanze che vanno ben oltre la superficie visibile agli occhi. L'andamento palpitante dell'opera è reso vivo, nella sua densa complessità, da molte deviazioni ironiche e da un utilizzo di registri contrastanti, dal solenne al pulp, che restituiscono tutta la tridimensionalità di un mondo che, nonostante i suoi eccessi fumettistici, resta colmo di sfumature e piste da seguire, anche nei semplici scambi di battute tra i personaggi. Un film sull'incomunicabilità e sulla reticenza, nonché sul bisogno costante di riconsiderare i propri parametri di riferimento, ma anche una splendida metafora sulle infinite anime dell'America, che vengono ricollocate in un contesto urbano privo di coordinate. Splendida colonna sonora hip hop in cui svetta Samurai Showdown di RZA.

13) Schindler's List (Steven Spielberg, 1993)



Opera struggente e a dir poco sentita da Steven Spielberg (primogenito di genitori ebrei), Schindler's List costituisce il punto più alto all'interno del percorso di impegno, morale e civile condotto dal cineasta statunitense. Il valore intrinseco di questo magnifico affresco sulla tragedia dell'Olocausto è enunciato per intero in una evocativa scelta di montaggio posta all'inizio del film: il fumo di una candela spenta, simbolo di un ricordo che oggi l'oblio del tempo rischia di cancellare, è accostato al fumo di un vagone a vapore nella Polonia del '39. Nessun elemento di questa ricostruzione, tuttavia, sovrasta la potenza del racconto e anche nei momenti di maggiore emozione, Spielberg riesce a conservare un mirabile equilibrio espressivo. Ineccepibile ogni contributo tecnico, dalle scenografie (Ewa Braun e Allan Starski) alla fotografia (Janusz Kaminski) e alla colonna sonora (John Williams). Cinema all'ennesima potenza.

12) Happiness (Todd Solondz, 1998)



A partire dal titolo, Happiness ironizza ferocemente sulla fallimentare ricerca della felicità, che ossessiona l'uomo costringendolo a una perenne insoddisfazione. Il regista Todd Solondz sceglie, come punto di vista principale per indagare l'infelicità della società contemporanea, la famiglia, luogo sotterraneo di apparente perfezione dove si annidano segreti e torbide ossessioni. L'intento di Solondz è, infatti, quello di scardinare e rovesciare i valori fondamentali del sogno americano, affrontando di petto tematiche scomode in una cornice quotidiana. E, per affrontarle, accosta alla freddezza e alla crudezza delle tematiche una regia, una fotografia e delle scelte musicali, di spiazzante “normalità” e delicatezza. La scena in cui lo psicologo Bill confessa al figlio Billy di essere un pedofilo, caratterizzata da una tensione linguistica disarmante, è da annoverare tra le più crude e destabilizzanti di tutti gli anni '90. Straordinario. Sam Mendes affronterà un'idea di cinema molto simile, in maniera infinitamente più mainstream, con American Beauty (1999).

11) Quei bravi ragazzi (Martin Scorsese, 1990)



Scorsese torna alle origini, raccontando ciò che conosce meglio: ma tra i giovani angeli caduti di Mean Streets (1973) e questi goodfellas che fanno dell'ammazzamento una routine quotidiana, lo scarto è fondamentale. Il film è una lucidissima analisi di un micromondo che ospita esseri di infinita meschinità e ormai privi di alcun senso dell'onore, un affresco socio-culturale con dialoghi di sorprendente naturalismo che vanno ben oltre lo stereotipo etnico. I fermi immagine congelano l'espressività animalesca dell'atto violento, gli incredibili piani-sequenza fanno girare la testa (memorabile sia la carrellata sulle facce dei compari che l'ingresso negli inferi del Copacabana), mentre una soundtrack infinita ci accompagna alla stregua di un juke box impazzito. Ray Liotta, Robert De NIro e Joe Pesci (premiato con l'Oscar) da antologia. Senza Quei bravi ragazzi non ci sarebbero state le serie TV I Soprano e Boardwalk Empire, ma nemmeno le decine di mafia-movies fioriti dagli anni '90 che hanno cercato (inutilmente) di imitarlo. Leone d'Argento per la miglior regia alla Mostra del Cinema di Venezia.

10) Edward mani di forbice (Tim Burton, 1990)



Opera simbolo che racchiude tutta la poetica del suo autore, Edward mani di forbice è una toccante favola dark sulla diversità, prima incompresa, poi strumentalizzata, in cui i colori vividi e violenti della provincia fanno volutamente a pugni con l'impalpabile scala di grigi del castello da cui proviene il malinconico protagonista. Uno spartiacque nella carriera di Tim Burton, che porta la sua idea di cinema verso un magico incontro tra autorialità ed esigenze commerciali. Ricchissimo di invenzioni di regia e scrittura (la danza sotto la neve "creata" da Edward, su tutte), il film omaggia la storia del cinema senza mai diventare un giochino cinefilo, dando vita a momenti toccanti e siparietti comici in egual misura. Menzione speciale per l'ultima apparizione sul grande schermo dello straordinario Vincent Price, idolo del regista che già l'aveva omaggiato con il corto animato Vincent (1982): nei panni dello scienziato padre di Edward, il divo dell'horror si congeda dal suo pubblico con un'ultima pennellata di dolente malinconia. Meraviglia assoluta.

9) America oggi (Robert Altman, 1993)



Nove storie si intrecciano tra loro in quel di Los Angeles, seguendo il canovaccio di altrettanti racconti dello scrittore Raymond Carver, esponente del minimalismo. Robert Altman torna all'amato ritratto corale, aggiornando la sua idea di cinema agli anni '90 e al loro coacervo di follie e psicofarmaci, di eccessi e personaggi sull'orlo di una crisi di nervi e di un big bang esistenziale. Ventidue attori gravitano attorno a una tappa fondamentale nella storia del cinema americano del decennio: ciò che impressiona, è la capacità del regista e dell'autore letterario di costruire storie magnifiche e dinamitarde a partire da dettagli apparentemente insignificanti. Con cattiveria e con un cinismo mai programmatico nonostante l'insistenza e le tre ore di durata, peraltro magistralmente dosate dal punto di vista narrativo, Altman mostra in maniera impietosa le ceneri dello yuppismo e la sua perversa ontologia, capace di corrodere anche la borghesia più spiantata e le sue false aspirazioni. Un film, a tutti gli effetti, su un morbo antropologico e sulla sua demoralizzante ineluttabilità. Clamoroso successo alla Mostra del Cinema di Venezia: Leone d'oro ex-aequo con Tre colori – Film blu (1993) di Krzysztof Kieślowski, Premio FIPRESCI, Premio Pasinetti e meritatissima Coppa Volpi collettiva all'intero cast.

8) La sottile linea rossa (Terrence Malick, 1998)



La terza regia di Terrence Malick, arrivata a vent'anni di distanza dal precedente I giorni del cielo (1978) e dopo un volontario esilio dal mondo del cinema, prende a pretesto il secondo conflitto mondiale per riflettere sul senso dell'esistenza, sulla cieca ferocia dell'essere umano e sull'assurdità della guerra. Un racconto polifonico in cui i monologhi interiori dei vari personaggi accompagnano immagini di struggente bellezza arricchendole di un'aura filosofica, mentre la narrazione procede per ellissi, suggestioni visive e riflessioni spirituali, dando forma cinematografica a un ininterrotto flusso di coscienza che passa da un soldato all'altro, amplificando il disagio emotivo di ciascuno ed evidenziando le sofferte contraddizioni tra il pensiero e l'azione. Come sempre in Malick, i personaggi si muovono sullo sfondo di una natura bellissima ma indifferente alle sorti umane, elemento né benevolo né maligno in grado di mettere a nudo miserie e fragilità sia di carattere individuale che universale. Un'opera complessa e struggente, profonda e memorabile, capace di parlare con uguale intensità agli occhi, alla mente e al cuore dello spettatore. Il titolo si rifà a un verso di Rudyard Kipling: «Tra la lucidità e la follia c'è solo una sottile linea rossa».

7) Pulp Fiction (Quentin Tarantino, 1994)



Opera spartiacque degli anni '90 nonché esemplare connubio tra post-modernismo e cinema mainstream. La narrazione frammentata e a incastro, la violenza più efferata resa cool, l'umorismo nero e ammiccante, il citazionismo cinefilo elevato ad arte, l'unione di alto e basso (la “pulp fiction” è letteratura di scarso valore, tutta incentrata su storie poliziesche di sesso e sangue) e il gusto per la digressione: queste sono le carte vincenti di un film che ha fatto epoca e ispirato molteplici imitazioni. Nel delirio audiovisivo concepito da Quentin Tarantino tutto torna magicamente, in un progetto onnivoro che inghiottisce i generi (dal noir alla commedia sofisticata, dal western metropolitano al grottesco, dai cartoni animati al trash) per restituirne uno nuovo. Straordinario esempio di cinema libero, alieno alle convenzioni, deciso a scardinare regole codificate (narrative e estetiche) con freschezza e sagacia davvero sorprendenti, senza mai troppo prendersi sul serio, risultando così spontaneo, energico, divertente ed entusiasmante. Palma d'oro (a sorpresa) al Festival di Cannes, Oscar alla miglior sceneggiatura originale più altre sei nomination, tra cui quelle per il miglior film e la miglior regia.

6) L'età dell'innocenza (Martin Scorsese, 1993)



Potrebbe sembrare anomalo l'accostamento tra Martin Scorsese, cantore della New York contemporanea e del suo marciume metropolitano, e il romanzo di Edith Warthon, ambientato tra i merletti e i pettegolezzi dell'alto-borghesia americana ottocentesca. E, invece, raramente un matrimonio cinematografico fu così felice: in una ricostruzione d'epoca tanto maestosa e realista da poter essere accostata solo al perfezionismo viscontiano, l'analisi di questo microcosmo soffocato dalle convenzioni sociali e dal culto caparbio delle apparenze è impeccabile e chirurgica proprio come quella dell'universo mafioso in Quei bravi ragazzi (1990). Il mélo di Scorsese è grande soprattutto perché è lontano dalle tradizionali pellicole in costume e dal manierismo affettato di certo cinema britannico: ogni dettaglio così meticolosamente curato, ogni scena accarezzata dall'esplicativa voce narrante sono funzionali alla rappresentazione di un'America che, nemmeno nella sua ipocrita imitazione della società aristocratica europea, è mai stata innocente. Un capolavoro di regia, ricchissimo di strabilianti invenzioni di messa in scena, magnificamente recitato da Daniel Day-Lewis, Michelle Pfeiffer e Winona Ryder. Fotografia di Michael Ballhaus, musiche di Elmer Bernstein, montaggio di Thelma Schoonmaker, scene di Dante Ferretti, costumi di Gabriella Pescucci (premiati con l'Oscar) e titoli di testa di Saul Bass.

5) Una storia vera (David Lynch, 1999)



Ispirato a fatti realmente accaduti, l'ottavo lungometraggio di David Lynch sembra rappresentare un netto cambio di stile rispetto alle visioni angoscianti dei suoi film precedenti. Ma in realtà, seppur la storia sia perfettamente lineare e molti passaggi piuttosto tradizionali, Lynch prosegue il suo discorso sulla provincia americana e sui piccoli grandi orrori che la contraddistinguono, al di là della sua facciata idilliaca e rassicurante. Sulla base di un soggetto "semplice", perfettamente in linea con la purezza di spirito del protagonista, il film porta con sé i germi di quel perturbante di stampo freudiano che Lynch ha spesso rappresentato nelle sue opere. La natura che fa da sfondo all'incredibile viaggio al centro della storia e l'incedere lentissimo della pellicola, che segue letteralmente il passo del tosaerba su cui si sposta il vecchio Alvin, hanno tratti ben poco convenzionali e, in un certo senso, inquietanti. Lynch guarda al classico reinventandosi senza snaturare per nulla la propria idea di cinema, attraverso uno sguardo unico e irripetibile. Una geniale scommessa vinta su tutta la linea. Emozione e poesia allo stato puro, per un road-movie dell'anima che rivoluziona il panorama cinematografico americano degli anni '90.

4) Gli spietati (Clint Eastwood, 1992)



Primo vero grande film di Clint Eastwood, Gli spietati è un'opera pessimista, dal respiro crepuscolare e decadente, che mette al centro un universo virile antieroico e non riconciliato. Per molti, rappresenta il definitivo canto del cigno su un Mito e su un genere cinematografico, il western, appartenenti ormai al passato. Il revisionismo operato con la frattura della New Hollywood cambia forma e si arricchisce di nuove istanze, con una dolente consapevolezza nel riconoscere la violenza come fondamento della cultura americana. Una pietra angolare del cinema degli anni '90 (e non solo), che segna una tappa fondamentale nella carriera del suo autore. La dedica finale Eastwood la riserva ai suoi due maestri, “Sergio (Leone) e Don (Siegel)”: all'epicità del primo e al tono dissacrante del secondo, si affianca un'estetica più vicina al classicismo, con echi fordiani e assenza di orpelli e virtuosismi tecnici. Quattro Oscar: miglior film, regia, attore non protagonista (Gene Hackman) e montaggio (Joel Cox). Ma l'avrebbero meritato anche Eastwood come attore protagonista, la sceneggiatura originale di David Webb Peoples, la fotografia di Jack N. Green e la colonna sonora di Lennie Niehaus.

3) Il silenzio degli innocenti (Jonathan Demme, 1991)



Opera fondamentale del panorama cinematografico contemporaneo, Il silenzio degli innocenti è la quintessenza del thriller moderno, che dietro la facciata di un genere giocato su tensione e brutale violenza nasconde sottili rimandi al mondo della letteratura e dell'arte, nutrendosi di ascendenze coltissime e di un senso della messa in scena di impressionante potenza. A rimanere scolpito nella memoria è il personaggio di Hannibal Lecter, interpretato da un Anthony Hopkins da antologia, esteta dai modi raffinati con il vizio del cannibalismo. Ma a risultare sconvolgente è il clima claustrofobico che percorre tutto il film, con lo spettatore messo in una costante condizione di strisciante disagio e scrutato dai personaggi grazie a primi pani frontali, campi e controcampi che hanno fatto la storia. Una seduta psicanalitica che è anche un saggio sull'atto del guardare. Serratissimo nella scrittura e magnificamente diretto, il capolavoro di Demme trascende il momento presente per diventare chiave di lettura più generale degli orrori del mondo e dell'asimmetria manipolatoria e tagliente che regola, scandisce e insieme distorce i rapporti umani. «Coraggiosa Clarice... me lo farai sapere quando quegli agnelli smetteranno di gridare, vero?». Fotografia di Tak Fujimoto, musiche di Howard Shore. Orso d'argento per la miglior regia al Festival di Berlino e cinque Oscar, tutti nelle categorie principali: miglior film, regia, sceneggiatura non originale (Ted Tally), attore (Hopkins) e attrice protagonista (Jodie Foster). Magnifico.

2) Heat – La sfida (Michael Mann, 1995)



Prendendo spunto dal proprio film TV Sei solo, agente Vincent (1987), Michael Mann firma un noir metropolitano epico e crepuscolare, storia di una caccia che coinvolge due uomini apparentemente antitetici tra loro ma legati da una curiosa simbiosi: la dedizione totale verso il proprio lavoro. Una vera e propria ossessione che porta a mettere in secondo piano tutto il resto, a partire dai legami affettivi. Cinema allo stato puro, che vede i due più grandi colossi di Hollywood, Al Pacino e Robert De Niro, sfidarsi in un duello che sembra trascendere il Tempo e lo Spazio per assumere i tratti di una mitologia definitiva ed eterna. Vincent e Neill sono due uomini soli e solitari, professionisti intransigenti, perfezionisti e stoici, pressoché infallibili nell'adempiere il proprio dovere ma fondamentalmente inadatti alla vita, incapaci di relazionarsi col prossimo, dilaniati da un'angoscia interiore che li tiene sempre vigili e al contempo li aliena. Uno struggente affresco sull'incomunicabilità emozionale, ammantato da un romanticismo utopico, sorretto da una narrazione superba che accumula personaggi e sottotrame ma riesce a gestire il tutto con mirabile coerenza, mantenendo tensione e ritmo sempre altissimi nonostante l'imponente durata. Attraverso uno stile fiammeggiante, Mann, qui al suo meglio, unisce astrazione e fisicità dell'azione raggiungendo la perfezione assoluta. Tra le numerose sequenze indimenticabili, impossibile non citare la rapina per strada, il primo incontro tra i due protagonisti (un semplice campo-controcampo da brividi) e lo straordinario finale, che da solo vale intere filmografie.

1) Eyes Wide Shut (Stanley Kubrick, 1999)



Il testamento artistico di Stanley Kubrick, scomparso pochi mesi prima che il film venisse presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, è un capolavoro densissimo e complesso che diventa una inarrivabile indagine sul sesso e i rapporti coniugali: a danzare insieme, in questo sublime balletto, sono l'amore e la morte, Eros e Thanatos, che arrivano a mescolarsi fino a scambiarsi i ruoli. Ipnotico viaggio nella psiche umana che ha come sfondo New York (ricostruita in teatro di posa, più vera del vero), città che ha dato i natali a Kubrick e in cui il regista non ambientava una sua opera dai tempi de Il bacio dell'assassino (1955), Eyes Wide Shut parla della paura del tradimento, delle tentazioni e dell'instabilità di coppia: uomo e donna compiono due percorsi opposti ma paralleli, per poi ritrovarsi (soltanto?) nel rapporto sessuale. Un punto di non ritorno all'interno del cinema della seconda metà del Ventesimo secolo, dove la maniacale cura formale flirta con una serie di tematiche sfuggenti e, proprio per questo, ancora più affascinanti. Basato sul romanzo breve Doppio sogno (1926) di Arthur Schnitzler. Memorabile performance della coppa Cruise/Kidman. Eccellente fotografia di Larry Clarke e colonna sonora da brividi che comprende opere di György Ligeti, Franz Liszt,  Dmitrij Šostakovič e Wolfgang Amadeus Mozart.