Los Angeles, 2049. La Tyrell Corporation ha ormai da tempo chiuso i battenti e i replicanti ancora in circolazione vengono progressivamente "ritirati". Solo quelli di ultimissima generazione, sottoposti a controlli più restrittivi, rimangono operativi: uno di questi è il blade runner K (Ryan Gosling), il quale scopre uno sconvolgente segreto che riguarda il futuro stesso delle creature sintetiche.

Collocando l'azione esattamente trent'anni dopo rispetto a quanto accaduto nel capitolo precedente firmato Ridley Scott (qui produttore), Blade Runner (1982), Denis Villeneuve ha vinto su tutti i fronti quella che può essere considerata una delle sfide cinematografiche più coraggiose del nuovo millennio. Un sequel che mantiene intatto il fascino cupo e fatalista del film precedente, riuscendo nel non facile compito di aggiornare un immaginario iconico per presentarsi come un progetto moderno e con un forte timbro contemporaneo, lontano da una semplice operazione-nostalgia. Gli scenari metropolitani, bui e piovosi, squarciati dalle luci al neon, lasciano spazio anche alla luce pura e semplice, oltre che a paesaggi lunari carichi di significati metaforici, e i sottotesti filosofici e religiosi sull'ossessione verso la creazione (divina) si arricchiscono di nuove letture sul confine tra reale e virtuale, analogico e digitale: questo è il cuore doloroso del film, che si inoltra anche nei territori dell'affettività e del sentimento. Straordinario K, figura ieratica plasmata alla perfezione da Ryan Gosling, su cui Villeneuve, anche grazie alla minuziosa scrittura di Hampton Fancher e Michael Green, costruisce un affascinante tourbillon di sfumature incentrate sul desiderio di provare emozioni e di avere un senso all'interno della Creazione, umana o artificiale essa sia. Un film dal passo fermo e quasi solenne, lontano dai codici del cinema action commerciale, capace di prendersi tutto il tempo necessario per costruire un racconto complesso che, per il protagonista, è un viaggio metafisico alla scoperta di se stessi e del proprio passato. I momenti di minore impatto spettacolare della parte centrale trovano comunque una loro specifica funzione una volta compreso il disegno complessivo dell'opera, davvero ambiziosissimo. Passato e presente si fondono, con Harrison Ford che torna sullo schermo nel ruolo di Deckard e Jared Leto che interpreta Niander Wallace, demiurgo privo della vista successore di Tyrell. Fondamentale il contributo della fotografia di Roger Deakins e delle scenografie di Dennis Gassner. Tra le sequenze da ricordare, lo scontro tra K e Deckard in mezzo agli ologrammi, ma anche il rapporto sessuale tra il protagonista e la sua compagna virtuale.

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