Hamnet – Nel nome del figlio
Hamnet
Durata
125
Formato
Regista
Inghilterra rurale del XVI secolo. Will (Paul Mescal) e Agnes (Jessie Buckley), si conoscono, si amano e danno alla luce tre figli: Susanna (Bodhi Rae Breathnach) e i gemelli Judith e Hamnet (Olivia Lynes e Jacobi Jupe). Quando la morte prematura di quest’ultimo colpisce la famiglia, il dolore spinge Agnes a confrontarsi con la perdita, mentre la relazione col marito appare segnata da una frattura insanabile.
Dopo la mediocre esperienza con Eternals (2021), la regista cinese Chloé Zhao (vincitrice del Leone d’oro alla Mostra di Venezia e di numerosi Oscar con Nomadland) torna a mostrare il suo grande talento con un film pienamente nelle sue corde, intimista e incentrato su quella relazione tra gli esseri umani e la natura che ha spesso indagato nel corso della sua carriera. Non è un caso che il film si apra su immagini di alberi, foglie mosse dal vento e un sottobosco in cui è completamente integrata la protagonista Agnes, figlia di una strega del bosco, donna che riesce a leggere le persone e figura centrale di una pellicola in cui il nome e il cognome del marito (William Shakespeare!) vengono pronunciati soltanto verso la conclusione. Attenzione, però: Hamnet non è (sol)tanto una versione al femminile della famiglia Shakespeare, ma un film che ci offre una prospettiva diversa, riuscendo a raccontare in maniera efficacissima la genesi traumatica di un capolavoro come Amleto. Alla base del film c’è il libro Nel nome del figlio. Hamnet del 2020 di Maggie O’Farrell, scrittrice che ha realizzato insieme a Chloé Zhao la sceneggiatura di questo adattamento e che ha romanzato parte della vita del Bardo e di sua moglie per realizzare una “tragedia famigliare” dal sapore shakespeariano, comunque ricca di riferimenti alla loro vita reale (in primis, naturalmente la morte del figlio Hamnet, il cui nome era intercambiabile con quello che dà il titolo alla sua tragedia più celebre). Quello che nasce è così un importante (anti)biopic che cambia il punto di vista e che viene valorizzato dalla messinscena elegante, delicata eppur potentissima di Zhao, che non si tira indietro nel mostrare passaggi prolungati di estremo dolore, alternati ai giochi di sguardi tra Will e Agnes, innamorati e poi distaccati, emozionati e poi freddissimi, fino a un sentito richiamo che lei fa al marito di tornare a guardarla («look at me»), senza aver paura di finire come Euridice nel tentativo di uscire dagli inferi. A contribuire all’ottimo esito complessivo ci sono indubbiamente la fotografia (splendida la sequenza delle silhouette) e la musica, ma ciò che più colpisce è il modo in cui il film sia riuscito a scavare negli animi dei personaggi e a parlare con tanta forza di temi complessi, quali l’elaborazione del lutto e il potere dell’arte come forma salvifica (splendida la conclusione all’interno del Globe Theatre). Il teatro diventa lo specchio del nostro essere, uno spazio dove i ruoli si possono scambiare, dove la vita e la morte non sono più in contrapposizione, un luogo dove si può (ri)trovare il proprio posto nel mondo empatizzando con i personaggi che troviamo davanti ai nostri occhi. Provando così a capirli per comprendere meglio noi stessi e, persino, a lasciarli andare, per poter provare a ricominciare. Commovente, come tutto il film, la prova impressionante di Jessie Buckley, protagonista di una delle performance attoriali più importanti degli anni Venti del Nuovo Millennio; ma non è molto da meno Paul Mescal, chiamato a una prova estremamente complicata e gestita nella maniera migliore possibile. È attraverso i loro sguardi che, anche noi spettatori come i loro personaggi di fronte al palcoscenico, riusciamo a sentire dentro di noi la frattura che si è aperta nella famiglia e che l’arte (il teatro, certo, ma anche il cinema) è riuscita, almeno in parte a ricucire.