Hokum
Hokum
Durata
107
Formato
Regista
Alle prese con la realizzazione del suo ultimo romanzo, il celebre scrittore americano Ohm Bauman (Adam Scott) decide di fare un viaggio in Irlanda per spargere le ceneri dei suoi genitori. Arrivato nell’albergo in cui mamma e papà avevano trascorso il viaggio di nozze, Bauman si accorge presto che l’hotel nasconde misteri estremamente inquietanti.
Terzo lungometraggio del bravo regista irlandese Damian McCarthy, dopo Caveat (2020) e Oddity (2024), Hokum è un progetto estremamente coerente con lo stile messo a punto dall’autore nei film precedenti, forte di una grande capacità di gestire al meglio le inquadrature, i chiaroscuri e i tempi di montaggio. Il cinema di McCarthy ha il sapore degli horror vintage, in cui le atmosfere contano di più dei colpi di scena e in cui le presenze demoniache finiscono per unirsi con riflessioni profondamente legate all’inconscio e ai fantasmi che abitano all’interno dei suoi protagonisti. Certo, la trama di Hokum sa di già visto (diverse anche le citazioni a Shining e alle opere di Stephen King) e non c’è molto di sorprendente, ma il coinvolgimento resta alto lungo l’intera durata, grazie alla capacità di McCarthy di assestare dei jump-scare estremamente intelligenti e spaventosi, alternati a passaggi efficacemente divertenti che portano, saggiamente, il film a non prendersi troppo sul serio. Anche qui sta la brillantezza di un film che punta costantemente ad appassionare, arrivando a una conclusione incisiva e che va molto a ragionare su quale debba essere davvero il potere della narrazione e, strano a dirsi per un film del genere, su quanto a volte possa servire un… lieto fine.