La casa lobo

La casa lobo

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75

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Maria fugge da una colonia tedesca in Cile e si chiude in una casa sperduta nel sud del paese. Ansia e paura, però, non l’abbandonano, anche per colpa di un “lupo” che osserva e commenta ogni sua azione.

Esordio al lungometraggio per León e Cociña. I due registi cileni danno vita a un incubo in forma di fiaba, il cui narratore è il leader, apparentemente affabile, di una setta su cui ha un controllo dispotico. Maria fugge, ma lui la trova, la osserva e la sua (non) presenza è tanto minacciosa da rendere Maria preda di un’ansia che si fa viva: la casa si trasforma ininterrottamente diventando concretissimo riflesso della paura e dell’instabilità della ragazza, che inizia anche ad atteggiarsi dispoticamente a sua volta nei confronti di Ana e Pedro, due maialini che trova in casa e che costringe a un processo di umanizzazione prima e di “arianizzazione” poi, mostrando di non riuscire a emanciparsi dai metodi controllanti dentro cui è cresciuta. Maria si fa personificazione di un trauma collettivo che parte dal Cile (la Colonia Dignidad fu una reale enclave tedesca cui leader governava con il pugno di ferro e che collaborò con Pinochet rendendo il luogo una base militare per le torture), ma che travalica anche i confini americani (non a caso la lingua tedesca è onnipresente nella pellicola, quasi più dello spagnolo, e l’atteggiamento del lupo non può non far pensare anche ai totalitarismi europei del Novecento). Lo stile di Cociña e León è unico, potentemente materico, in cui sfondi e personaggi sono spesso la stessa cosa e in cui il processo stesso dell’animazione si fa protagonista: vediamo manichini in costruzione, superfici che si deformano, colori che appaiono e scompaiono davanti ai nostri occhi, tecniche e stili che si mescolano rendendo la loro stop motion innovativa e incisiva. La pellicola è sia molto cervellotica che profondamente viscerale, non di facile accesso (anche a causa di un copione lievemente macchinoso) ma capace, se ci si lascia trasportare, di guidare lo spettatore in un’esperienza ipnotica e disturbante e dove forma e contenuto si fondono nel racconto di un trauma che muta senza mai scomparire. Alla sceneggiatura, oltre ai due registi, lavora anche la scrittrice Alejandra Moffat, che spesso mette la dittatura al centro del propri lavori (sempre sua la co-sceneggiatura di 1976).

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