Minotaur
Minotaur
Durata
135
Formato
Regista
Russia, 2022. Gleb (Dmitriy Mazurov), direttore d’azienda, deve fronteggiare l’uscita dalla sua società di diversi dipendenti, costretti improvvisamente a lasciare il posto di lavoro. Allo stesso tempo, però, si trova ad avere anche un problema privato: la moglie Galina (Iris Lebedeva) è sempre più sfuggente e Gleb inizia a sospettare che lo stia tradendo con un altro uomo.
Nove anni dopo il bellissimo Loveless, Andrey Zvyagintsev torna finalmente dietro la macchina da presa dopo aver passato un periodo estremamente difficile: a causa della pandemia da COVID-19, il regista russo è stato a lungo ricoverato in ospedale, rischiando anche la vita, e ha poi iniziato alcuni progetti, realizzati al di fuori della sua terra natale, le cui lavorazioni sono state però interrotte. Girato in Lettonia, Minotaur è una coproduzione tra Francia, Lettonia e Germania ed è il primo film che il regista de Il ritorno ha realizzato da esiliato: l’ispirazione arriva dal bellissimo film di Claude Chabrol del 1969, Stephane, una moglie infedele, ma al posto della borghesia ora il bersaglio è la corruzione del regime. Se già Loveless era una pellicola che parlava in sottofondo della guerra in Ucraina, Minotaur è un film che affronta di petto l’argomento, ambientando il tutto all’inizio di quella “operazione militare speciale”, avvenuta sotto gli occhi di tutti e in piena luce, esattamente come l’omicidio rappresentato nel corso della narrazione. Le metafore tra le vicende private dei personaggi in scena e quelle pubbliche compiute dalla Russia di Putin non si fermano però qui, alternando passaggi più chiari e didascalici (il potere e la burocrazia come forme per perpetrare la violenza impunemente) ad altri maggiormente simbolici e di grande fascino (le vittime sacrificali date in pasto al Minotauro della mitologia come quei ragazzi mandati al fronte per servire la patria fino alla morte). La Russia diviene così il mostro mezzo uomo e mezzo toro, ma anche un labirinto da cui è impossibile fuggire, se non prendendo le ali – come Icaro – rischiando però di avvicinarsi troppo al sole (le nuvole della conclusione?). Zvyagintsev gira con la consueta maestria, riuscendo a far sentire con i movimenti della sua videocamera una presenza minacciosa che aleggia attorno ai personaggi, in questa storia di “delitto senza castigo” in cui per non essere condannati basta una telefonata fatta ai pieni alti. Più arrabbiato che mai nei confronti del proprio paese natale, Zvyagintsev non salva sostanzialmente nessuno all’interno della sua narrazione, fatta eccezione per quei soldati mandati a combattere, sotto i colpi di una propaganda religiosa e nazionalista, che tornano (quantomeno, alcuni di loro) soltanto sotto forma di un lacrimevole manifesto che contribuisce a mantenere viva l’ipocrisia dei messaggi di certe figure politiche, mostruose ben più di un essere con il corpo umano e la testa di toro. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2026 dove ha ottenuto il Gran Premio della Giuria.