Mortu Nega

Mortu Nega

Anno

Durata

85

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Regista

1973, Guinea-Bissau. Diminga (Bia Gomes) si unisce alla lotta per l’indipendenza trasportando viveri e armi per i guerriglieri. Il suo scopo è rivedere il marito Sako (Tunu Eugenio Almada), da tempo in trincea. Quando la guerra finisce, per la coppia non sarà facile rifarsi una vita in un Paese da ricostruire.

Aperto da lunghe sequenze di marcia tra la foresta e il fango, il film mostra subito una prospettiva sporca e realistica nel raccontare la guerra. È il primo film in assoluto a essere prodotto in Guinea-Bissau e gli sforzi produttivi sono evidenti a partire dalle scene di battaglia, volutamente anti-spettacolari ma molto credibili. Attraverso uno sviluppo ellittico, vengono mostrati gli ultimi mesi della guerra e i primi anni post indipendenza, attraverso la dolente e fiera prospettiva di Diminga, ottimamente interpretata da Bia Gomes, attrice prediletta dal regista e che avrà una parte anche in tutti i suoi film successivi. Toccante la scena che fa da cesura tra i due momenti storici: Diminga e un’amica camminano per dei villaggi abbandonati dove, in un fortino diroccato, incontrano un gruppo di bambini che gioca all’unica realtà che finora aveva conosciuto, la guerra. Basta una frase della donna per ridare speranza e vitalità all’infanzia. Ma il confine tra la vita pre e post-bellica è sottile e Gomes riesce a raccontare l’instabilità del Paese con sagacia e lucidità, senza pessimismo né idealizzazione. C’è spazio anche per il lutto nazionale, quando i guerriglieri scoprono della morte di Amílcar Cabral, fondatore del Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde, tradito dai suoi per l’interesse dei portoghesi. Non solo eroe patrio, ma anche colui che ebbe l’idea di mandare degli aspiranti registi a studiare all’ICAIC dell’Avana: “avrebbe potuto investire in armi, e invece ci diede delle macchine da presa”, dirà lo stesso Flora Gomes. L’omaggio a Cabral (come del resto l’intero film) è calibratissimo, senza sbavature retoriche eppure ricco di sentimento. È comunque un film che guarda risolutamente e fiduciosamente al futuro, come riconferma lo splendido finale, in cui la pioggia scaccia il pericolo della siccità. All’ottimo lavoro di scrittura e regia c’è da segnalare la stupenda fotografia di Dominique Gentil, collaboratore, tra gli altri, di Ousmane Sembène. Gomes si ritaglia un cameo nel ruolo di un politico locale. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, dove vinse due menzioni speciali.

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