Burning – L'amore che brucia
Beoning
2018
Paese
Corea del Sud
Generi
Drammatico, Thriller
Durata
148 min.
Formato
Colore
Regista
Lee Chang-dong
Attori
Yoo Ah-in
Steven Yeun
Jeon Jong-seo

Mentre sta facendo una consegna, il giovane Jong-soo (Yoo Ah-in) ritrova una coetanea che non vedeva da diversi anni, Hae-mi (Jeon Jong-seo). I due si frequentano brevemente, prima che lei parta per l’Africa per qualche tempo. Al suo ritorno, però, non è da sola: quando Jong-soo arriva in aeroporto per portarla a casa, la trova in compagnia di Ben (Steven Yeun), un misterioso amico conosciuto durante il viaggio.

Da sempre autore di un cinema studiato con grande cura e incentrato su storie di enorme intensità, Lee Chang-dong conferma la sua forza registica con questa pellicola, che arriva ben otto anni dopo il precedente Poetry (2010). Prendendo spunto da un racconto di Haruki Murakami (ma c’è anche molto Faulkner all’interno del film), l’autore sudcoreano costruisce un lungometraggio dal grande spessore morale, che guarda alle differenze sociali di una Corea del Sud che brucia il suo passato e in cui ogni rapporto umano sembra viziato da qualcosa che va fortemente al di là dei semplici sentimenti. È un racconto cupissimo quello di Burning, film che crea una tensione impressionante dall’inizio alla fine, nonostante la lunga durata (circa 150 minuti) e il ritmo spesso statico che il regista dà alle sue sequenze. Nella parte iniziale si definiscono al meglio i caratteri di Hae-mi e Jong-soo e quest’ultimo in particolare è un personaggio di spessore, ben interpretato da Yoo Ah-in e con cui è facile empatizzare. Il copione e i dialoghi sono ridotti all’osso, ma sono gli sguardi tra i protagonisti a parlare da soli e il loro rapporto con l’ambiente (urbano o rurale) che li circonda riempie la narrazione di diversi spunti ulteriori. E poi ci si mette l’eleganza stilistica di Lee Chang-dong, che riesce a rendere memorabile una sequenza di un ballo al crepuscolo o di una serra che va in fumo di fronte agli occhi esterrefatti di un bambino. Il risultato è un altro tassello dell’importante mosaico audiovisivo (anche la colonna sonora è pregevolissima) creato da Lee con la sua filmografia. Presentato in concorso al Festival di Cannes.

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