Quando una misteriosa nebbia avvolge una metropoli futuristica, liberando un'entità letale e sfuggente, Elle (Sophie Thatcher), giovane donna tormentata, si mette alla ricerca di suo padre. 

Un'orgia di neon, sesso e violenza. Questi gli ingredienti di base dell'opera più pacchiana e drammaticamente sterile di Refn, che potrebbe segnare una tappa cruciale nell'evoluzione (o, a seconda della prospettiva, involuzione) di un autore chiuso nel vuoto pneumatico di un gorgo di ossessioni passate in rassegna in maniera puerile. L'astrazione assoluta della sua poetica, dopo aver assunto forma compiuta nelle serie TV Too Old to Die Young (2019) e Copenhagen Cowboy (2023), si configura qui come una totale scarnificazione di quanto affrontato in Solo Dio perdona (2013) e, soprattutto, in The Neon Demon (2016), con l'intento preciso di spazzare via qualsiasi residuo di Cinema puro per ibridare la messa in scena con suggestioni apertamente videoludiche, in particolare in riferimento al misterioso killer e alle architetture degli esterni minimal (non è certo un mistero la venerazione di Refn nei confronti del video game designer Hideo Kojima). La brandizzazione del post cinema by NWR raggiunge vette di presunzione (e ridicolaggine) insostenibili, in un contesto sci-fi che però non risparmia rimandi ben precisi a film di culto (basti pensare al plagio dell'immaginario plumbeo di Blade Runner 2049, con tanto di personaggio dal nome "K", o all'esplicito omaggio glitterato a Terrore nello spazio di Mario Bava, senza contare la scelta "depalmiana" di puntare sulle avvolgenti note di Pino Donaggio per la colonna sonora). Refn sembra ripudiare la propria visione di cinema passata, in un morboso atto liberatorio che rifiuta ogni forma di sperimentazione "razionale". Non contano più i generi di riferimento né le soluzioni visive derivanti da una profonda conoscenza del neo-noir che hanno reso un cult contemporaneo Drive (2011), oggetto filmico che sembra uscire da un'epoca lontanissima. Arte performativa cheap calata in un immaginario privo di qualsiasi fascino. Alla fine della fiera, il vero "Private Hell" è quello dello stesso Refn, autore al limite dell'autodistruzione. Presentato fuori concorso al Festival di Cannes.


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