Nel 1995 Nelson Mandela (Morgan Freeman) cerca l'unità in un Sudafrica ancora diviso dal pregiudizio razziale: l'occasione sarà la coppa del mondo di rugby in cui la nazionale degli Springbook, fino a quel momento emblema dell'apartheid, si trasformerà in un simbolo di aggregazione per bianchi e neri.

Al suo trentunesimo film, Clint Eastwood mette in immagini una delle pagine più belle della storia dello sport e di una nazione divisa da decenni di odio segregazionista. Un racconto tutto sudafricano in cui però i protagonisti sono due attori americani: Morgan Freeman (alla terza collaborazione con il regista dopo Gli spietati, 1992, e Million Dollar Baby, 2004) incarna Madiba, di cui è stato personalmente amico, ricalcandone postura e atteggiamenti fin nei minimi dettagli; Matt Damon, un po' ingessato, è il capitano degli Springbook, François Pienaar. In una storia vera, rappresentata però come una favola, il pericolo di cadere nel didascalismo è in agguato e Invictus finisce per cascarci. Il film, infatti, non sfugge a un eccesso di semplificazione, a qualche punta di retorica e soprattutto all'effetto “santino” nei confronti del personaggio Mandela. Il titolo deriva dalla poesia di William Ernest Henley, lettura preferita dal padre della nazione arcobaleno durante i lunghi anni in carcere.
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