La vita di Marta (Alba Rohrwacher) si spezza all’inizio del film quando la relazione con Antonio (Elio Germano) crolla improvvisamente. Poco dopo, la protagonista riceve una diagnosi che ridefinisce il suo rapporto con il corpo e con il tempo. 

Il film di Isabel Coixet è l’adattamento dell’ultima raccolta di racconti di Michela Murgia, scritta quando l’autrice era già consapevole della malattia che l’avrebbe condotta a una morte prematura. Nei testi di Murgia, questa consapevolezza non si traduceva mai in un compiacimento o in malinconia astratta, ma in uno sguardo lucidissimo sulla presenza e sulla responsabilità dei legami. La regista, che aveva già affrontato il tema della morte in “La mia vita senza di me”, sembra qui voler mutare registro, raccontando una protagonista che non costruisce un’eredità né mette in scena un addio, ma genera una rete di relazioni involontarie, rimanendo sempre ai margini del proprio stesso racconto. È però proprio nella gestione della malattia che “Tre ciotole” mostra la sua maggiore debolezza. La scelta di non mostrarne gli effetti concreti sul corpo e sulla psiche non produce ambiguità o profondità, ma una costante sensazione di rimozione. La malattia diventa un pretesto narrativo utile a giustificare un tono dimesso e una messa in scena rarefatta, senza mai trasformarsi in esperienza vissuta. Il corpo della protagonista resta astratto, tutto è trattenuto, quasi anestetizzato, come se il film avesse timore di confrontarsi davvero con ciò che racconta. A questo svuotamento tematico si aggiunge una dispersione narrativa evidente in una linea secondaria: Marta incontra nella spazzatura il cartonato di un idol K-pop, dando vita a dialoghi e momenti che avrebbero potuto approfondire la solitudine e il trauma della rottura e della malattia. Invece, l’episodio resta decontestualizzato e superficiale, un segnale di alterità più che un vero sviluppo narrativo, e la figura del K-pop rimane un enigma privo di spessore, funzionale più a costruire stranezza che significato. Questa linea narrativa diluisce ulteriormente il film, distraendolo dal centro tematico e rafforzando l’impressione di un’opera guidata più da suggestioni slegate che da scelte nette. Nel passaggio dalla pagina allo schermo, Tre ciotole perde così la radicalità del pensiero di Michela Murgia, la sua capacità di tenere insieme lucidità, ironia e ferocia, sostituendola con un umanesimo generico e rassicurante. Il cinema di Coixet, sembra qui rinunciare a qualsiasi presa di posizione, scegliendo di restare sempre un passo indietro rispetto al dolore e alla complessità dell’esperienza che racconta. Ne risulta un film che parla di malattia senza attraversarla, di relazioni senza metterle realmente in crisi, di presenza senza mai renderla incarnata. Un’opera che, nel tentativo di essere lieve, finisce per essere inconsistente, tradendo proprio ciò che nell’ultimo libro di Murgia era più vitale e più necessario: la capacità di guardare la fragilità senza addomesticarla.



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