I, the Worst of All

Yo, la peor de todas

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105

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Suor Juana Inés de la Cruz (Assumpta Serna) è tra le poete più apprezzate del Vicereame della Nuova Spagna. Nonostante l’incondizionato sostegno del viceré (Héctor Alterio) e della viceregina (Dominique Sanda) a cui per altro dedica appassionati sonetti, Juana è ostacolata dell’integerrimo e misogino arcivescovo (Lautaro Murúa) che non accetta l’idea di una donna colta e influente, che osa persino interessarsi attivamente di teologia. 

Con il suo penultimo film da regista, Bemberg trova un buon equilibrio tra la confezione (sempre curatissima nei suoi lavori) e la scrittura, grazie anche all’opera che sta alla base della pellicola: il saggio del premio Nobel Octavio Paz Suor Juana Inés e le insidie della fede. La scenografia, minimale e d’impatto, riesce a riprodurre con efficacia la straniante vita di clausura. Suor Juana, del resto, prese i voti non per vocazione, ma per potersi permettere una cultura che altrove, per una donna, era impossibile. Il suo essere fuori da ogni schema per l’epoca produce un forte dualismo tra le imposizioni religiose e la libertà della letteratura: Juana fatica ad appartenere a un mondo di uomini giudicanti, e i dialoghi del film sondano in profondità la sua vita e la sua difficoltà a metterla in atto come vorrebbe. Il suo rapporto intimo e ambiguo con la viceregina, i suoi versi che non hanno paura di puntare il dito contro la società maschilista e i suoi scritti teologici che mettono alla berlina le ipocrisie della chiesa: tutto concorre a dar vita a un ritratto complesso e pungente di una delle voci letterarie (e non solo) più importanti del 1600 americano. La regia e la fotografia (firmata da Félix Monti) mettono in scena una serie di affascinati e strazianti tableaux vivants che congelano il tempo e rendono materica la profonda lotta interiore della protagonista, costretta infine ad abbandonare le proprie inclinazioni e il grande talento quando la peste arriva e rende superflua ogni attività spirituale e intellettuale, salvo una penitenza cieca e punitiva. C'è qualche forzatura drammaturgica di troppo e alcuni passaggi rischiano la maniera e il già visto, ma Bemberg tratta comunque il materiale con grande rispetto, riuscendo a infondere anche uno sguardo contemporaneo ficcante e non invasivo, che dona al film diverse sfumature interpretative, senza snaturare il dramma storico. Dominique Sanda è doppiata in originale da Cecilia Roth. Presentato fuori concorso alla 47ª Mostra del Cinema di Venezia, dove Bemberg faceva parte della giuria capitanata da Gore Vidal.

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