Lacci
2020
In sala
dal 01/10
Paese
Italia
Genere
Drammatico
Durata
100 min.
Formato
Colore
Regista
Daniele Luchetti
Attori
Alba Rohrwacher
Luigi Lo Cascio
Laura Morante
Silvio Orlando
Giovanna Mezzogiorno
Adriano Giannini
Linda Caridi
Napoli, primi anni ’80. Aldo (Luigi Lo Cascio da giovane, Silvio Orlando da anziano) e Vanda (Alba Rohrwacher prima, Laura Morante poi) si sposano e hanno due bambini. Aldo però si sente soffocare e cerca di liberarsi dai "lacci" che lo imprigionano in un matrimonio ormai giunto al capolinea, quando si innamora della giovane Lidia (Linda Caridi). I due protagonisti, divenuti anziani, si troveranno a fare un bilancio amaro della propria vita.

Adattamento dell’omonimo romanzo di Domenico Starnone, inserito tra i 100 migliori libri del 2017 dal New York Times, Lacci segna il ritorno di Daniele Luchetti a livelli particolarmente ambiziosi dopo diversi anni di progetti appannati e discontinui. In questo caso il regista romano, che aveva già adattato Starnone in uno dei suoi film più celebri, La scuola (1995), si cimenta con la trasposizione di un testo di pregio dal portato letterario non indifferente: un romanzo di rara sottigliezza psicologica, il cui spessore sta tutto in uno scavo misurato e sfaccettato sui temi dell'invecchiamento e dell'appassirsi del rapporto di coppia, con, come sottofondo impassibile, il rumore sordo e inesorabile del tempo che passa e lo scolorirsi della pretesa di poter avere un controllo pieno e completo sulle proprie vite. Un testo non facile da portare sul grande schermo nella sua docile ricchezza, ma al quale Luchetti, affiancato in sede di sceneggiatura dallo stesso Starnone e da Francesco Piccolo, si è approcciato con la giusta dose di aderenza e slancio cinematografico, riuscendo a restituire il portato intimo e cruciale del libro. Più macchinoso e statico nelle premesse, in cui l’incedere della narrazione e la messa a punto dei personaggi non si schioda da un’idea sclerotica di cinema italiano medio e borghese, col passare dei minuti e via via che il racconto prende corpo il film si fa largo nel mare più turbinoso dei rimpianti e delle ritorsioni private e sentimentali e nei vincoli inestricabili di quei “lacci” che sono sia legami sia cappi al collo dai quali è spesso impossibile trovare respiro e sollievo. Misurato e quando necessario anche legittimamente ingrigito nella messa in scena e nelle buone interpretazioni di tutto il cast, in cui svetta un notevole Silvio Orlando alle prese con una buffa, disperata e sdrucita maschera di senilità, quello di Luchetti è un film che cresce alla distanza, riuscendo a farsi largo senza ricorrere all’accetta in un telaio umano in cui il vissuto che non si vede e attecchisce fuori campo conta spesso di più, come nel libro, delle porzioni di vita che vengono portate alla luce per frammenti e bagliori, dettagli fondamentali ma apparentemente irrilevanti, voci radiofoniche e improvvisi e assordanti silenzi. Particolarmente significativo anche l’ultimo blocco di film, in cui Adriano Giannini e Giovanna Mezzogiorno sono perfetti nel restituire il disarmo e la pelle viva dei traumi dei loro personaggi, i figli di Aldo e Vanda da adulti, cresciuti all’ombra di genitori che hanno negato e cancellato sé stessi ben prima della loro natura di padri e di madri. La canzone del balletto d’apertura è un dichiarato omaggio a Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli (1965). Film d’apertura, fuori concorso, della Mostra del cinema di Venezia 2020
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