Antonio Zagari (Gabriel Montesi), poco più che ventenne, figlio del temuto boss Giacomo Zagari (Vinicio Marchioni), trapiantato in Lombardia dai primi anni Cinquanta, si ritrova immerso in un mondo di violenza e crimine. Cresciuto tra la ferocia del padre e la fragilità muta della madre, Antonio impara presto che uccidere, rapinare o rapire è parte di una regola non scritta. Nonostante fosse destinato a seguire le orme del genitore, si trova a fare i conti con la propria coscienza, soprattutto dopo l'ennesimo delitto che gli pesa come una condanna. 

Coniugare in maniera originale un film di mafia (complice la sovrabbondanza di prodotti del genere) non è semplice. Vicari ci riesce solo a metà con questa pellicola tratta da un‘autobiografia che sebbene sia ambientata al nord e abbia un importante focus sulla scrittura confessionale, ripropone comunque le stesse dinamiche di tanti predecessori. Il tema della messa in discussione della vita criminale e di un modello che appare indissolubile è la parte più interessante del progetto, ma la durata di oltre due ore risulta troppo tirata per le lunghe, e stesse situazioni e dialoghi tendono a riproporsi. Il regista ha dimostrato di poter fare ben di meglio nel romanzare fatti di cronaca, e da lui ci si aspetterebbe più coraggio narrativo, che qui si presenta solo a tratti (come nel riuscito incipit, un cui viene messo in scena il rigetto, anche fisico, della vita da assassino). Azzeccato però il cast, tra cui spiccano lo spaesato Montesi e il brutale Marchioni.

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