Fujino (Furi Nanase), adolescente determinata e piena di talento, sogna di diventare una mangaka. Kyomoto (Rokka Okada), schiva e solitaria, vive quasi sempre chiusa nella sua stanza, dedicando ogni istante al disegno. Unite dalla stessa passione, le due ragazze, cresciute in una piccola città, inseguono per tredici anni il sogno di diventare autrici di manga.

 La grandezza del cinema di Hirokazu Kore-Eda è spesso racchiusa nella semplicità dei gesti quotidiani. Una piccola corsa, una passeggiata nella neve mano nella mano, il gesto rituale di sfregarsi le mani e poi coprirsi le orecchie: azioni apparentemente minime che, nelle mani del regista, possono trasformarsi in momenti unici di straordinaria condivisione empatica. Pochi cineasti possiedono la capacità di Kore-Eda di creare una connessione emotiva, pressoché totale, tra i suoi protagonisti (spesso giovanissimi) e lo spettatore. Questa dinamica ritorna, fortissima, anche in Look Back, suo nuovo lungometraggio presentato a pochi mesi di distanza dal debole Sheep in the Box (2026). Kore’eda adatta il manga di Tatsuki Fujimoto dal quale, nel 2024, era già stato tratto un anime di cinquantotto minuti diretto da Kiyotaka Oshiyama e prodotto dallo Studio Durian. Il regista conserva, senza snaturarla, la struttura dell’opera originale, aggiungendo la consueta attenzione alla quotidianità e alla ripetizione dei gesti. Le giornate di Fujino e Kyomoto, entrambe spinte da una travolgente passione per il disegno, sono scandite dalla ripetizione ossessiva dell’esercizio, per raggiungere un tratto sempre più preciso. Questa attenzione all’atto creativo, già molto presente nell’opera di partenza, viene ripresa e rielaborata in chiave autobiografica dal regista di Un affare di famiglia (2018): non è un caso che le strisce comiche verticali su cui disegnano le due bambini ricordino la forma di una pellicola. Kore-Eda riflette sull’amore e sulla passione che nutrono il processo creativo nonché sulle diverse identità che animano un’artista. Le due giovani protagoniste, infatti, possono essere lette come le due diverse anime dell’autore (tanto Fujimoto, quanto Kore-Eda): da una parte Fujino, più creativa, sociale, portata al confronto; dall’altra Kyomoto, più introversa e solitaria, ossessionata dal lavoro e dal voler continuare a produrre immagini. Entrambe accomunate dalla stessa urgenza: creare. Doverosi in questo senso, gli omaggi allo Studio Ghibli di cui viene mostrato il volume La tecnica degli sfondi dello studio Ghibli e al suo creatore Hayao Miyazaki. Kore-Eda orchestra con la consueta sensibilità un coming of age delicato ed emozionante, che solo in un paio di sequenze è eccessivamente costruito per provare a commuovere. Nell’ultima mezz’ora, infatti, il film conflagra in uno splendido finale nel quale, attraverso un raffinato gioco di sliding doors e un continuo rimando tra realtà e immaginazione, Kore-Eda rivendica la forza dell’atto creativo come strumento in grado di irrompere nel quotidiano, di riscrivere ciò che sembra irreversibile, arrivando persino ad abbattere, almeno sul piano dell’immaginazione, le barriere che separano vita e morte. Un finale toccante in cui, attraverso l’animazione, l’immaginazione diventa un luogo concreto di elaborazione del dolore, uno spazio verso cui possiamo volgerci e ritrovare ciò che abbiamo perduto. Il film è stato presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.


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