Niente da nascondere
Caché
2005
Chili
Paesi
Francia, Germania, Austria, Italia
Genere
Drammatico
Durata
117 min.
Formato
Colore
Regista
Michael Haneke
Attori
Daniel Auteil
Juliette Binoche
Lester Makedonsky
Maurice Bénichou
Annie Girardot
Walid Afkir
Daniel Duval
Nella Francia contemporanea, Georges Laurent (Daniel Auteil) conduce una popolare e seguita trasmissione televisiva sui libri. Un giorno qualunque comincia a ricevere delle videocassette che riproducono la facciata della sua abitazione e i movimenti suoi e della sua famiglia. Sua moglie Anne (Juliette Binoche) condivide il disagio, mentre i rapporti con il figlio Pierrot (Lester Makedonsky) si fanno sempre più tesi.

Dopo avere indagato il male ontologico che invade l'Europa contemporanea con Il tempo dei lupi (2003), in Niente da nascondere Michael Haneke analizza il senso di colpa opprimente che aleggia sugli europei. Il film, vincitore del premio per la Miglior regia al Festival di Cannes 2005, descrive come un ambiente retto su norme sociali condivise possa venire improvvisamente sconvolto da un malessere tanto sgradevole quanto inaspettato, proveniente da un passato dimenticato o ignorato. Come indica il titolo italiano (anche se è molto più calzante l'originale Caché), non c'è niente da nascondere: viene mostrato tutto ciò che c'è da mostrare, non dando risposte ma ponendo solo domande. L'intento dichiarato del regista è infatti quello di annullare la barriera tra conoscibile e inconoscibile, raccontando qualcosa di apparentemente nascosto che si annida nella banalità del quotidiano, e che affonda le sue radici nell'innocenza e nella violenza dell'infanzia, trasmettendo allo spettatore quel senso d'angoscia tipico del perturbante freudiano. Il leitmotiv di Niente da nascondere vive continuamente sull'ambiguità dell'immagine (è quella del regista o è quella del voyeur nel film?), in un'alternanza di campi medi e lunghi, immobili nella loro asetticità, che si sovrappongono ai primi piani svuotati di ogni emotività. La freddezza della rappresentazione, come è tipico dello stile del cineasta austriaco, è perfettamente congeniale alla volontà di destabilizzare e interrogare lo spettatore, che dopo la visione apparirà smarrito e insicuro su come interpretare quanto visto. È il film cinematograficamente più forte di un regista che aveva già indagato il significato e l'impatto delle immagini in movimento nella società contemporanea con Benny's Video (1992) e Funny Games (1997), ed è anche una delle esperienze di visione tra le più disturbanti (seppur non ci sia traccia di violenza fisica) della storia del cinema.
Maximal Interjector
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