The Basics of Philosophy
The Basics of Philosophy
Durata
94
Formato
Regista
John Jorissen (Jack Huston) insegna filosofia in un piccolo ateneo del Midwest americano, e sta scrivendo un saggio su Baruch Spinoza. La sua vita si divide tra l’insegnamento, la scrittura e il tempo trascorso con la compagna Becca (Sofia Boutella), anche lei docente, e con Willie, il figlio adolescente di lei. Alla morte del padre Melvyn (Bill Pullman), con cui aveva un rapporto difficile, l’improvvisa comparsa al funerale di un giovane, Miguel Basque (Daniel Zovatto), farà riemergere un tragico evento del passato che riaccende il senso di colpa di John.
Dai tempi di Taxi Driver (1976), Paul Schrader, prima in veste di sceneggiatore, poi in quella di regista e autore, ha costruito gran parte della sua filmografia attorno a uomini soli, ossessionati dal proprio passato, la cui unica protezione dalle proprie ombre e inquietudini è rappresentata dallo svolgimento metodico e quotidiano delle loro professioni: che sia quella di un pastore (First Reformed, 2017), di un giocatore di poker professionista (Il collezionista di carte, 2021) o di un orticulturista (Il maestro giardiniere, 2022), per citare alcuni tra i suoi ultimi lavori. In The Basics of Philosophy, al centro del racconto troviamo, invece, un professore di filosofia, intento a scrivere un saggio su Baruch Spinoza. Ed è proprio attraverso il rapporto con il pensiero razionalista del filosofo che Schrader filtra i temi e le ossessioni ricorrenti del suo cinema, realizzando una delle sue opere più teoriche e cerebrali. Repressione, senso di colpa e pentimento vengono indagati, anche questa volta, con il consueto rigore formale, all’interno di una struttura narrativa che, soprattutto nella prima parte, riesce a essere intrigante e coinvolgente. I problemi, però, emergono progressivamente nella seconda metà del film, non altrettanto appassionante e centrata. Schrader sembra farsi prendere un po’ troppo la mano dal desiderio di trasformare il dramma individuale del protagonista in un’articolata riflessione esistenziale. E così, il film finisce inevitabilmente per smarrire parte della propria compattezza, perdendosi in alcune sequenze decisamente fuori fuoco che sfociano involontariamente nella parodia. Emblematico, in questo senso, il dialogo tra il protagonista e la (ridicola) reincarnazione di Spinoza. Poco convincente è anche il modo in cui viene affrontata la repressione sessuale vissuta dal protagonista, la cui omosessualità soffocata dalla presenza egemonica del padre, esplode in un gesto scellerato che genererà profonde conseguenze morali. Un tema delicato e complesso che avrebbe meritato di essere esplorato con una maggior dose di approfondimento e sensibilità. Resta, comunque, evidente la consueta coerenza autoriale di Schrader sia nei temi sia nello stile. Ancora una volta, il regista di American Gigolò (1980) dimostra di sapersi muovere con perizia tra i generi per sviluppare l’ennesima variazione originale del suo cinema. Eppure, questa volta, il risultato appare meno solido, più incerto. Un film che, avvicinandosi al suo finale, rischia di smarrirsi all’interno del labirinto della coscienza creato dal suo stesso protagonista, un labirinto dal quale lo stesso Schrader fatica a trovare una via d’uscita. Presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.