Mr. Nelson, Did You Kill People?
Nelson san, anata wa hito wo koroshimashitaka?
Durata
116
Formato
Regista
Nato in una famiglia povera di New York, Allen Nelson (Mark Merphy) si arruola nel Corpo dei Marines a diciotto anni per sfuggire alla discriminazione e alla miseria. Dopo aver prestato servizio a Camp Hansen, a Okinawa, nel 1966 viene inviato al fronte durante la guerra del Vietnam, convinto di poter diventare un soldato coraggioso. Ma ciò che lo attende non è la gloria. Al suo rientro in patria, a ventitré anni, lo aspettano giornate tormentate e notti insonni, ossessionate dai ricordi del campo di battaglia. Terrorizzato dai rumori forti e dal buio, vede sfaldarsi i legami familiari fino a ritrovarsi senza fissa dimora. L’unico filo che lo tiene ancora legato al mondo è il dottor Daniels (Geoffrey Rush), uno psichiatra che presta servizio in un ospedale per reduci che gli offre sostegno e consulenza terapeutica.
Dopo Fires on the Plain (2014) e Hokage – Ombra di fuoco (2023), Shinya Tsukamoto torna ancora a ragionare sui grandi conflitti bellici del ventesimo secolo e si concentra questa volta sulla vera storia di un soldato americano che, dopo un lungo percorso di terapia, si dedicherà a offrire messaggi di pace a chi vorrà ascoltarlo, partecipando a numerose conferenze che lo faranno tornare persino in Vietnam. Tsukamoto opera così un interessante e potente cambio di prospettiva, sottolineando come essere carnefici all’interno di una guerra possa risultare terrificante quanto essere vittime: è soprattutto nelle prime battute, estremamente dinamiche e crude da un punto di vista visivo, che si riconosce il classico tocco del grande regista giapponese, capace da sempre di ragionare in maniera profonda sul tema del corpo e sui messaggi di pace che spesso vanno a collegarsi alla purezza dell’infanzia e a scontrarsi invece con le contaminazioni dell’età adulta. Man mano che passano i minuti il film si fa volutamente più statico ma, nonostante qualche prolissità, riesce comunque a risultare incisivo e a trovare un discreto equilibrio tra le varie parti e situazioni che si trova a raccontare. I tanti finali restano comunque troppi, anche se si può leggere questa scelta come una metafora della sindrome da stress post traumatico da cui non si può forse mai uscire davvero del tutto. Il disegno complessivo resta valido, seppur non tutte le parti siano perfettamente efficaci come avrebbero dovuto. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.