All’apice del successo, il conduttore televisivo Gianni Riccio (Massimo Ghini) viene coinvolto in uno scandalo finanziario che oscura irrimediabilmente la sua immagine. A seguito della scarcerazione tenta dunque di rivitalizzare la sua figura, al contempo ricongiungendosi con Claudia (Isabella Ferrari), sua prima moglie. 

A dispetto di quanto il titolo possa far presagire, Nel tepore del ballo ha ben poco a che fare con la danza. La vicenda di Gianni Riccio serve piuttosto a ritrarre una realtà, quella della televisione, in cui la finzione dei rapporti si intreccia, seguendo le movenze di un ballo sensazionalistico, con l’ipocrisia delle figure che ne fanno parte. Disposti a tutto pur di mantenere salda la propria posizione tra i gradini più alti della scala sociale (anche per mezzo della conservazione biologica del corpo, come accade per la “morta” Giuliana De Sio nei panni di una tanto carismatica quanto volgare conduttrice), i personaggi coinvolti nella caduta in disgrazia di Riccio, tra i quali spiccano alcuni volti ben noti della televisione nazionale come Bruno Vespa e Jerry Calà, non esitano a ritrattare i loro rapporti con il protagonista in seguito allo scandalo che lo vede coinvolto. A sostegno di ciò un montaggio che vede concatenarsi immagini provenienti da vari schermi, che siano i monitor delle telecamere di sorveglianza del carcere o dello studio televisivo, e che si fanno metafora della frammentazione dell’immagine che si è disposti a rendere pubblica, a discapito di una dietro le quinte a svelarne la falsità. Purtroppo, non tutti i ragionamenti proposti da Pupi Avati nel corso del film risultano alfine efficaci quanto la denuncia nei confronti del sistema televisivo. In particolare, i temi del passato e della genitorialità non vengono, a dispetto di quanto annunciato nel corso del fin troppo affrettato prologo, elaborati in maniera soddisfacente: giunti alla fine non si è in grado di stabilire con certezza quanto la mancanza di una figura educatrice abbia avuto un riscontro nelle disgrazie del protagonista. Neppure il ricordo del passato sembra rispondere, in fin dei conti, a un bisogno tanto indispensabile nel tessuto narrativo se non a quello di presentare un ulteriore figura ampiamente conosciuta su territorio italiano: Raoul Bova, nei panni dello sregolato padre di Riccio. Oltretutto, salvi i buoni Ghini, Ferrari e De Sio, molti tra i rimanenti comprimari non eccellono e la regia di Avati non sempre riesce a emergere, nonostante alcune ingegnose inquadrature prese in prestito dal genere horror. A considerazione di tutto ciò, Nel tepore del ballo si presenta come un film modesto ma che, al netto di cospicue imperfezioni, merita comunque una visione per ritrovare molte delle tematiche tipiche del cinema di Avati e per alcune riflessioni capaci di rimanere impresse al termine dei titoli di coda. 

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