Adieu au langage
Adieu au langage
2014
Paese
Francia
Genere
Sperimentale
Durata
70 min.
Formato
Colore
Regista
Jean-Luc Godard
Attori
Héloise Godet
Kamel Abdeli
Richard Chevallier
Zoé Bruneau
Christian Gregori
Jessica Erickson
Marie Ruchat
L'idea è semplice: una donna sposata (Héloise Godet) e un uomo single (Kamel Abdelli) si conoscono. Si amano, discutono, volano i pugni. Un cane si aggira tra città e campagna. Passano le stagioni. L'uomo e la donna s'incontrano di nuovo. Il cane si ritrova tra loro. L'altro è nell'uno, l'uno è nell'altro, e sono in tre. L'ex marito fa esplodere il tutto. Un secondo film inizia, uguale al primo, ma forse no. Dalla razza umana passiamo alla metafora. Finisce in abbai e pianti di bimbo. È lo stesso Jean-Luc Godard a proporre una sinossi di un film impossibile da riassumere e forse da raccontare. Citazioni continue e incessanti, montaggio frenetico e sonoro sovrastante: Adieu au langage è un vero e proprio bombardamento audiovisivo, una partitura a più voci composta per chi è desideroso di coglierne il senso, sempre che un senso esista davvero. Uno sberleffo (forse), una provocazione sperimentale (perché no?), un ultimo ricordo di quella Nouvelle Vague di cui Godard è stato tra i massimi interpreti. È un'opera sulla scomposizione, sulla crisi d'identità, sul raddoppiamento: un nuovo Numéro Deux (il riferimento è al suo lungometraggio del 1975) dove a raddoppiare sono i film, i personaggi e persino il cane (del regista) che entra di soppiatto nella storia prima di richiamare su di sé il ruolo di protagonista. Si discute di tutto (dal sesso alla politica, passando per la filosofia) e i riferimenti sono innumerevoli: Adieu au langage è un prodotto debordante, inclassificabile, fuori da ogni schema. Ma, in mezzo a tante domande prive di risposta, la certezza è l'incredibile lucidità con la quale Godard, alla soglia degli ottantaquattro anni di età, riesca ancora a parlare di quei temi che gli sono sempre stati a cuore e di quelle forme linguistiche che, in qualche modo, vuole innovare con il 3D. La (sua) stereoscopia gli permette di oltrepassare i limiti delle inquadrature, e di creare scomposizioni che lasciano a bocca aperta: dalla separazione al ricongiungimento in uno sdoppiarsi che forse non avrà mai fine. Non un film in 3D, ma (per la prima volta nella storia del cinema) sul 3D. Allo stesso tempo un epitaffio sul linguaggio della settima arte (già morta?) e una proiezione di quello che potrà essere il futuro dell'audiovisione. Un addio e un benvenuto che coincidono, sovrapponendosi l'uno con l'altro. Si può amare o odiare, poco importa, ma indubbiamente non può e non deve lasciare indifferenti. Miracolosamente uscito nelle sale italiane. Vincitore del Premio della giuria al 67° Festival di Cannes.
Maximal Interjector
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